Dita

Noi stranieri
– dita –
Su mappe

Parte di una D [ist] anza
Che sfibra
.
Tesse
.
E ac/Coglie
Tutti
.

#MilioniDiPassi

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Bouchra Khalili • The Mapping Journey Project (2008–11)

Moma : http://www.moma.org/calendar/exhibitions/1627?locale=en

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Angelo Lauria

Sono una lastra fotografica
impressionabile all’infinito
Ogni dettaglio si stampa
dentro di me in un tutto.
 Pessoa

La Sardegna è un’isola che ammalia da sempre: sia per la sua natura incontaminata che per il suo mare cristallino con una varietà di colori e sfumature. In una sola parola è emozione. Riflette emozioni. Inoltre ha potere taumaturgico. Distende gli animi, rasserena menti. Si riscopre il valore del tempo. Dei ritmi di vita scanditi dal fluire del giorno. Gli istanti si dilatano. Le cose sembrano avere un proprio senso, una propria storia, se rapportate ad un inizio. Ad una fine. L’alba e il tramonto che danno ritmo all’agire. Dove la Storia e il Tempo non compaiono. E Tutto diviene contemporanea (com)presenza: Passato intriso di tradizioni e Presente. L’istante sospeso.

Angelo Lauria, Punta Molara Capo CodaCavallo

©Angelo Lauria, Punta MolaraCapo Coda Cavallo

Questa magia che attrae l’anima dei visitatori, crea una sorta di dipendenza. Infatti sempre più persone scelgono la Sardegna come luogo di vacanza e vi ritornano negli anni successivi. Alcuni abbandonano il “continente” per vivere definitivamente nell’isola. Tra questi ricordo il cantante Fabrizio De André che scelse di vivere insieme alla sua compagna Dori Ghezzi ai piedi del monte Limbara, nei pressi della città di Tempio Pausania. Luogo di silenzi e meditazione ma anche di “spuntini” condivisi con i locali. Fonti di ispirazione per le sue canzoni che integrato con lo studio del dialetto e delle tradizioni popolari gli permise di assimilare “l’anima gallurese”.

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©Angelo Lauria,  Cala Brandinchi [San Teodoro]

L’isola sembra esser vista come una grande madre, i cui teneri abbracci distendono, rasserenano, riconciliano. Donano energia. E’ il ritorno a casa di Ulisse dopo le peripezie del viaggio. È voler ricolmare i vuoti di frenetiche città che sfiancano, in cui l’individuo diviene forma plasmata da eventi. Dove l’interiorità viene triturata dai grimaldelli del tempo. Dove tante le strade offerte ma poche le verità autentiche.

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©Angelo Lauria, Capo Comino [Siniscola]

La Sardegna, faro luminoso che allontana dai pericoli e salva, ha incantato per i suoi colori, profumi e sapori un fotografo lombardo che, lasciata la terra ferma come il poeta De André ha deciso di vivere stabilmente nell’isola scegliendo di vivere nella campagna di Torpè, nei pressi di una località tra le più suggestive del nord Sardegna, Posada.

LYC11©Angelo Lauria, Posada

Il suo nome è Angelo Lauria nato a Tripoli in Libia ma con un’isola nel cuore, la Sicilia, di cui erano originari i nonni. Negli anni dell’adolescenza si trasferisce con tutta la famiglia a Milano. E richiamato dalla semplicità e dalla straordinaria bellezza della natura, nella zona dei laghi, si trasferisce nei pressi del Lago di Varese.

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©Angelo Lauria, Airone Rosso [Lago di Varese]

I riflessi, i silenzi, la natura del luogo lo impressionano ed emozionano da sentire il desiderio di donare eternità all’istante sospeso in un fotogramma che continuerà a trasmettere emozioni.

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©Angelo Lauria,  Svasso [Lago di Varese]

E per scoprire questi luoghi incontaminati sceglie il Kayak. Mezzo che gli permette di  raggiungerli con facilità e immergersi in quei silenzi che fanno sfiorare l’eterno divenire.  Teso ad ascoltare i versi dei vari esemplari di fauna, i fruscii delle canne, i gorgoglii dell’acqua. Un orizzonte che ha dato senso alla sua vita. E le bellissime immagini raccolte hanno permesso la realizzazione della mostra “Il lago di Varese: Emozioni in kayak”, con la campagna di sensibilizzazione a salvaguardia della flora e fauna della zona lacustre, coinvolgendo scolaresche della zona.

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©Angelo Lauria, Cigni [Lago di Varese]

Intense e struggenti. Le fotografie commuovono per la loro bellezza. La natura si offre e dona. Una sintesi di quanto affermava il grande naturalista John Muir “In ogni passeggiata nella natura, l’uomo riceve molto più di ciò che cerca“. La natura ha permesso a Lauria di perfezionarsi nella tecnica e racconto fotografico.

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©Angelo Lauria, Tartaruga  e Folaga con i suoi piccoli [Lago di Varese]

Ma negli ultimi anni, quasi in segno di gratitudine verso la terra che lo ha adottato o forse per pura devozione, ha realizzato una serie di ritratti fotografici: volti di donne e uomini con il costume tradizionale, utilizzato nelle varie sagre o feste religiose che animano un’isola dove la tradizione, riscoperta e sostenuta negli ultimi decenni, da significato all’agire e ammalia. Come ad esempio rapiscono per rara bellezza i tessuti preziosi, i colori brillanti, i ricami e i decori sugli scialli. Superfici e forme che emettono sonorità. Melodie d’intensità.

DESULO

©Angelo Lauria Costume di Desulo

Seguire la tradizione è ricercare l’anima sarda e quell’elemento universale che caratterizza i sardi e che si riscopre nella bellezza, nelle forme e nel carattere. La bellezza eterna che traspare dalla perfezione e da un cromatismo armonico dei preziosi abiti ha colpito la sensibilità di Angelo Lauria. Alla bellezza della natura contrappone quella dei pregiati manufatti e dei volti alla ricerca di quello spirito di sardità che contraddistingue il sardo da qualsiasi connazionale.

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©Angelo Lauria, Costume di Osilo

Inizia a seguire le più importanti Sagre della Sardegna: la Sagra del Redentore, la Cavalcata Sarda, la Sagra di Sant’Efisio raccogliendo tantissimi scatti che dopo una attenta selezione sono esposti a Posada in una Mostra dal titolo “Il costume sardo: Volti e colori della tradizione popolare” e presentati ad Olbia nel Festival della Fotografia Popolare #Storie di un Attimo  a cura dell’Associazione Culturale Gli Argonauti.

NUORO

©Angelo Lauria, Costume di Nuoro

È in questa occasione che ho conosciuto il fotografo. Ed ebbra di colori, forme e richiami alla mia tradizione, decisi di intervistarlo. Una persona umile, entusiasta della sua grande passione per la fotografia. Mi parlò dei suoi iniziali obiettivi: ritrarre per trasmettere emozioni della natura, in particolare della fauna e flora lacustri. Un ritorno alle origini, alla semplicità per ritrovarsi o forse (r)accogliersi e proseguire il suo cammino  da apolide.

Una svolta nelle sue ricerche e racconti fotografici di carattere documentaristico sarà data dal suo trasferimento in Sardegna. Amore per il mare e per il moto perpetuo delle onde. Una musica dell’eterno presente che si annida nell’anima. Il soggetto muta ma l’elemento primordiale c’è, è presente. Perché l’acqua unisce e fortifica. Infonde coraggio. Salva.

I silenzi del lago ora diventano espressione / parola nei volti ritratti. L’anima di un popolo che lo incuriosisce e lo affascina.

Così continua il suo cammino. Alla ricerca di nuove emozioni. All’eterna ricerca del suo sé. Il segno della vita, da sempre.

Lycia Mele
©Riproduzione Riservata

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©Angelo Lauria, Costume di Ittiri

Mostre

LAGO DI VARESE – Emozioni in kayak

2010 Badia di Ganna 

2011 Lavena Ponte Tresa
2011 Valmorea

IL COSTUME SARDO – Volti e Colori Della Tradizione Popolare

2015    Posada 

2015    Torpè
2015    Olbia

●Contatti:
E-mail angelolauria52@gmail.com
ITTIRI
©Angelo Lauria, Costume di Ittiri
English Version

Maria Teresa Accomando

La luce mi sospinge ma il colore
m’attenua, predicando l’impotenza
del corpo, bello, ma ancora troppo terrestre.

Ed è per il colore cui mi dono
s’io mi ricordo a tratti del mio aspetto
e quindi del mio limite.
Alda Merini

I versi di Alda Merini racchiudono l’universo pittorico di Maria Teresa Accomando. Una pittrice che conosciuta casualmente in un social, si è rivelata una preziosa scoperta. Di origini emiliane, colpisce per quella semplicità legata a  valori autentici che hanno permesso l’evoluzione dell’uomo. Ma che oggi sembrano scomparire.

Maria Teresa è una donna dinamica e concreta con la grande passione di dipingere che talvolta le ruba volontà e annulla lo scorrere del tempo. Ma l’estro creativo a cui è soggetta e coinvolge tutto il suo essere, supera il limite della finitezza umana. Si dona con dipinti “vissuti”. Istanti sospesi. Ricami d’anima.

Le sue opere appaiono come “poesie scritte col colore”, come direbbe Argan, dove la materia utilizzata non è il linguaggio ma il colore “duttile, sensibile, variabile“. La pittrice gli infonde la sua sensibilità che con innato senso estetico, svuota di tecnicismi. Crea emozioni. Esegue delicati ritagli dal tempo. E come la poetessa Alda Merini si dona al colore per emozionare, Maria Teresa Accomando insuffla la propria anima poetica alla vita “sussultoria” e vibrante del colore.

María Teresa Accomando #1
María Teresa Accomando
#1

Le protagoniste delle sue tele sono donne. Estensioni dell’io? Non solo. Raffigurate al centro della tela esprimono silenzi che traducono la tensione della coscienza verso un’agire. Quasi il divenire di consapevolezza che dopo sofferenza, subordinazione, fragilità determina e definisce la coscienza femminile. Identità.

Maria Teresa Accomando #2
Maria Teresa Accomando
#2

Nelle donne ritratte: madri, mogli, sorelle, figlie e nonne appare un certo dinamismo psicologico reso da un proprio linguaggio espressivo che cesella stati d’animo “in fieri”. Piccole pennellate che si rincorrono. Colori puri giocano, si miscelano, si frantumano. Creano energia, dinamicità.

Maria Teresa Accomando #3
Maria Teresa Accomando
#3

Inconsapevolmente Maria Teresa ricerca nuovi significanti per superare una contemporaneità ove ogni cosa è stata definita, creata. Ogni spazio colmato con una pluralità di contenuti che hanno snaturato l’essere. Dove solo l’immaginario può supportare il reale e annientare quel limite del tutto che disorienta e arreca inquietudine, smarrimento e dilania l’essere per il prevalere di un senso d’impotenza.

Maria Teresa Accomando #4
Maria Teresa Accomando
#4

Attraverso gli occhi si accede al suo mondo interiore. Occhi che non si limitano a ricevere ma riflettono la carica emotiva o πάθος ritratto, divenendo depositari della sua anima.

Goethe nella sua opera Teoria dei Colori sosteneva che l’occhio fosse predisposto affinché la “luce” interna muovesse verso quella esterna. Maria Teresa non dipinge solo ciò che “vede” ma, come avrebbe detto Goethe, aggiunge le proprie impressioni, ombre e luci che s’inseguono sulle tele, per creare giochi di contrasto. Avvolgere sensi. Lasciare decantare emozioni. Nell’anima.

Ora appaiono segni di forze antiche. Lotte tra il voler essere e l’apparire che condizionano esistenze e amplificano ansie e inquietudini. O forse dietro le pennellate quasi nevrotiche, stratificate, scrostate, vissute con visibili graffi sulla tela, vi è un semplice bisogno, legato alla speranza: la necessità di trattenere desideri. Richiamare sogni. E colorare un esistenza che si ripete identica. Tra grigie quotidianità.

Maria Teresa Accomando #5
Maria Teresa Accomando
#5

Si avverte la meticolosità, la precisione, quasi un’ossessione per esprimere questa lotta tra l’esser e il voler essere che l’artista quasi timorosa mi svela: “Aspiro ad essere un’artista. E’ un sogno ricorrente. Spero si realizzi”. Sento la sua forte carica emotiva che come un vento primaverile apre un varco per far defluire i torpori invernali. Come un fiore schiude il senso del suo esistere, dove vivere è dipingere.

Compagni del suo vivere sono “strumenti di fortuna” quali utensili vari, legnetti. Raro l’utilizzo dei pennelli. Mentre le mani hanno un ruolo decisivo nelle sfumature e nei giochi chiaroscurali. Le mani delineano il coraggio, l’ardore, la passione per l’arte. Sono la manifestazione esplicita dell’io – artista dopo un lungo travaglio per acquisire competenza e tecnica pittorica.
Una pittura che è Vita consapevole nell’acquisire coscienza e identità propria e del mondo “ridondante”.

“Ora so ciò che ha inizio e ciò che ha fine, /ora so tutto il segreto sordomuto /che si chiama, nella povera lingua /sgrammaticata degli umani – Vita.”

A.Merini

Alcuni volti disvelano una sofferenza a cui si lega un percorso di vita o la consapevolezza della presenza dell’altro da sé a cui si vorrebbe tendere. Ma la trama del vivere con le implicazioni sociali, familiari e lavorative trattiene inibendo volontà.
Altre tele raffigurano donne disinibite che mostrano il loro corpo con fierezza e consapevolezza. Una prima analisi sembra enfatizzare la necessità di affermarsi lontano da pregiudizi, condizionamenti o stereotipi. Libere e padrone del proprio sé.

Maria Teresa Accomando #6
Maria Teresa Accomando
#6

In #6 la figura viene definita dai colori che evocano la terra. La propria terra. Maria Teresa li stende e gioca con il chiaroscuro. Appaiono ombre che segnano una figura denutrita. La sofferenza espressa invade i nostri sensi. È una donna che lotta per sopravvivere dove i colori scuri esprimono la sofferenza di un mondo che ha smarrito il senso dell’esistere, ormai alla deriva. Privo di riferimenti e valori.

L’ultima opera qui riprodotta #7 raffigura una donna serena. Nuda, vestita di sorrisi. Il sorriso le illumina il volto. Rappresenta la filosofia di vita di Maria Teresa in cui si riflette quello che dovrebbe essere l’atteggiamento dell’uomo contemporaneo verso la vita: di semplicità, curiosità, sfida, tensione al mutamento visto come crescita interiore e che Etty Hillesum esprime con semplicità e intensità nei suoi Diari:
“Sono felice che ci venga concesso di capire sempre di più, e di approfondire, di giorno in giorno, la conoscenza della vita. Ne sono tanto grata. E devo diventare ancora più paziente. I sentimenti sono più profondi e grandi delle possibilità espressive. Non so ancora in quale ambito cercare i miei strumenti. Aspettare e ascoltare ed essere paziente; fare le cose di ogni giorno; diventare sempre più me stessa e al tempo stesso un anello nel tutto: e nessuna consumata imitazione, né un vivere, nemmeno per un minuto, in modo inconsulto”

E Maria Teresa Accomando si  appropria delle parole di Etty. Tesa a divenir “sempre più se stessa ” alla ricerca di un’identità artistica tra mutamenti di colore e nuove forme finalizzate a ricreare emozioni universali. Eterne.

Io sono certa che nulla più soffocherà la mia rima
Il silenzio l’ho tenuto chiuso per anni nella gola
come una trappola da sacrificio,
è quindi venuto il momento di cantare.

Cvetaeva

Maria Teresa Accomando #7
Maria Teresa Accomando
#7

Mostre collettive
2012
Premio Ponzano – Treviso
2013
JESOLOARTE: Un omaggio a Paolo Baratella
curatore Maurizio Pradella dell’Associazione Culturale Arteficio
2015
Londra
Trispace Gallery N001 – Profiles of Art EXHIBITION
curatrice Silvia Arfelli

Lycia Mele
© Riproduzione riservata

Vittorio Boi

Ormai dobbiamo credere soltanto a
quelle credenze che comportano il
dubbio nel loro principio stesso.
Edgar Morin
La figura paterna, appena si nasce, assume contorni sfumati tra presenza e assenza. Infatti alcuni sociologi parlano di diade madre-figlio. Solo il tempo plasma il rapporto padre-figlio che talvolta si fortifica nella complicità di condividere interessi o grandi passioni, quasi un “riallinearsi” e ritrovarsi tra insegnamenti di vita.
Questa premessa mi è sembrata necessaria per presentare Vittorio Boi, un giovane artista di origini cagliaritane, che ha mosso i suoi primi passi e scoperto la bellezza delle forme e l’anima dei colori, tra le tele di suo padre: il pittore Renato Boi.
Originario di Napoli, Renato giunse in Sardegna nella prima metà del secolo scorso. E nell’amata isola si distinse per la sua profonda sensibilità artistica tesa a ritrarre la sardità nei colori, nelle forme e nei paesaggi desolati, intrisi di una solitudine che smarrisce ma ripara dalla sofferenza del vivere.
In un periodo storico difficile e subordinato a logiche incomprensibili, Renato,  dopo un breve periodo impressionista venne attratto dal linguaggio pittorico espressionista volto ad una interiorizzazione della realtà circostante.
Fin da piccolo Vittorio osservava il padre mentre dipingeva. Scrutava le forme, la trasposizione dei significati, i tratti espressivi, l’utilizzo dei colori. Iniziava il suo percorso, un piccolo ” Grand Tour ” dell’Arte, che gli permise di acquisire contenuti per la sua memoria.
Vittorio Boi Il trasformista,2011 Olio su tela
Vittorio Boi
Il trasformista,2011
Olio su tela

Ecco che strati dell’agire si legarono a piccoli nodi di emozioni, e divennero materia che Vittorio filtrò, per creare un proprio “altro/diverso”: distanziare il proprio sé, privilegiando il suo vissuto intrecciato ai ricordi/insegnamenti del padre.

Sorprendeva la sua grande discrezione. Tutto sembrava immergersi nel silenzio. Un silenzio fecondo. Solo pochissimi amici conoscevano la sua grande passione trasmessagli dal padre.

La creatività e il linguaggio pittorico sembravano inseguirlo . – Al pari di nuvole che sulla terra segnano ombre, contorni di assenza del sole e vagano sospinte dal vento. – Forme da cui cercava di fuggire, ma impossibilitato a colmare distanze con nuovi contenuti e forme, continuava a sognare.
Vittorio Boi  Tra Sogno e Realtà. 2014 Olio su tela
Vittorio Boi
Tra Sogno e Realtà. 2014
Olio su tela
Quando un’illuminazione lo condurrà ad una frattura, ad un sostanziale distacco: l’utilizzo di colori puri, pennellate piatte, sfrangiate e l’esigenza di dare forma al proprio “urlo” esistenziale.
Scoprirà una propria personalità artistica dove “l’immaginazione occupa un ruolo centrale tanto da consegnarci una vera e propria concezione del mondo, cui è sotteso il discorso radicale di un allargamento della nozione di realtà e di una corrispondente estensione della coscienza.” (2)

Così le tematiche dell’Isola-Mito che caratterizzavano il linguaggio espressivo del padre tras-mutarono.

Vittorio Boi L'Attesa,2010 Olio su tela
Vittorio Boi
L’Attesa,2010
Olio su tela

“L’attesa” ricorda  l’opera del padre “Pastore in riposo”, visibile nel Catalogo del Patrimonio Artistico della Regione Sardegna. (1) L’uomo al centro, che appare seduto con i gomiti poggiati sulle gambe e le mani tra la testa, evoca la figura del pastore mentre riposa, dalle trame impressioniste. Ma Vittorio predilige colori puri e pennellate sfrangiate. Sembrano rincorrersi nello spazio della tela per dare struttura al forte pathos che l’opera trasmette. Vittorio gioca con l’empatia e riesce a trasmetterci la sua interiorizzazione di una realtà drammatica che sta per accadere.

Trovo quest’opera veramente sublime. E’ ritratto l’istante “sospeso” che rappresenta una potenzialità ancora indefinita. E’ il respiro dell’angoscia esistenziale. Il vuoto che attende di essere colmato. La realtà divenuta indecifrabile. Ma l’angoscia è anche “la vertigine della libertà” come diceva KierKegaard . Libertà di scelta che alimenta la speranza.

Vittorio Boi L'Acrobata,2014 Olio su tela
Vittorio Boi
L’Acrobata,2014
Olio su tela

Tra i soggetti delle sue opere sembra prediligere atleti in movimento o che effettuano esercizi ginnici. Forse perché lui stesso è un atleta, un bravo tennista. In alcune figure esalta la bellezza dei corpi con muscoli definiti , quasi scolpiti con equilibrata tecnica chiaroscurale. Ma alcuni elementi stridono.

Il corpo de “L’Acrobata”  raffigurato nell’istante del movimento, focalizza la nostra attenzione sul punto luce della collana di perle dal significato ambiguo: dono, sottomissione o elemento che “àncora” alla salvezza? A volte esprimono inquietudine forse conseguenza di un disagio, di un’’alterità” radicata che ha difficoltà di apparire, di esprimersi, di essere.

Vittorio Boi Corsa,2014 Olio su tela
Vittorio Boi
Corsa,2014
Olio su tela

Ne “La Partenza” gli atleti si preparano ad effettuare una corsa in una pista che sembra esser allagata. Ma l’ acqua è pulita o sporca? Evoca purificazione o stagnazione ? Forse è trasparente, pulita. Si allude alla necessità di catarsi o rigenerazione. O evidenzia l’impossibilità di muoversi riflettendo la stagnazione del periodo storico in cui viviamo?

L’altleta che ci guarda esprime un disagio. Il movimento è un non movimento. Ma c’è la volontà determinata dalla posizione. L’atleta vuole iniziare la sua corsa.

L’atleta sembra dirci che la folle corsa della vita è segnata dall’inquietudine. Non bisogna fermarsi, né volgersi al passato ma capire come il movimento sia necessario per proiettarci verso il futuro. Non ci si deve compatire ma agire. L’azione è la legge-verità di vita e il tempo ne scrive la partitura d’altronde “non possiamo pensare a un tempo senza oceano / o a un oceano non cosparso di rifiuti o a un futuro / non destinato come il passato, a non avere un fine.”  (2)

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In “Fascino” è raffigurata una persona dal volto indefinito, sembra indossare una maschera. Colori graffiati, sfrangiati, semplici tratti per definire le forme. Risalta la trasparenza del vestito e il color rosso del guanto. Il volto indistinto, sfuggente e il titolo dell’opera evocano ambiguità che assurge ruolo primario. Interscambio di forma e sostanza in un divenire caotico. E’ essere e non essere sé. Aperto all’altro, al diverso. Si acquisisce duttilità ma si rischia di perdere l’essenza, o forse ” coerenza” ? ciò che abbiamo acquisito con l’esperienza e che modula le nostre scelte.

In questa opera i misteri dell’ambiguità divengono certezze radicate nel reale. Il guanto rosso può evocare un riscatto? Passione o salvazione? Ecco che il dubbio coesisterà con una riflessione soggettiva e con lo studio del reale nell’avvicendarsi giorno e notte, per dare un senso al nostro essere presente.

Vittorio Boi Il Groviglio Della Mente,2015 Olio su tela
Vittorio Boi
Il Groviglio Della Mente,2015
Olio su tela

“Il Groviglio della Mente” è un’opera dal forte impatto emotivo. Traspare la difficoltà dell’uomo raffigurato che vuole liberarsi dai cerchi che assemblano molle. I colori sono ben dosati su campitura grigia. Il movimento e la difficoltà vengono definiti dalle contrazioni muscolari evidenziate da delicate tonalità chiaroscurali. Un discorso pittorico legato alla plasticità dove vengono riscoperte la proporzione e l’armonia delle forme quasi ad voler evocare la bellezza classica.

Sul piano concettuale qui si giunge alla cosiddetta “quadratura del cerchio”, il punto di arrivo e di partenza del pensiero dell’artista. Forse per cambiare i nostro modus pensandi è necessario il movimento. Dobbiamo vivere “nell’attraversare” per non farci risucchiare dagli ingranaggi che alienano e creano estraneamento.  Non è  fuggire ma  «attraversare la minaccia di quel caos dove il pensiero diventa impossibile»(3)

La rappresentazione di una realtà “altra” complessa, difficile da affrontare e definire si racchiude nell’importanza del movimento, che rigetta la staticità, esclude la limitazione della sfera dell’azione e permette alla conoscenza di fluire liberamente. Anche perché come dice il grande Morin “è importante comprendere l’incertezza del reale, sapere che il reale comprende un possibile ancora invisibile” (4) che non è sogno ma adattabilità a questa folle corsa che è la vita.

Lycia Mele
© Riproduzione riservata

Approfondimenti

1) Catalogo del Patrimonio artistico della Regione Sardegna 2014 http://www.regione.sardegna.it/documenti/1_274_20150212122505.pdf
2) T.S.Eliot La terra desolata Quattro quartetti. Book Editore
3) G. Bateson Mente e Natura. Un’unità necessaria. Adelfi Editore
4) E.Morin I sette saperi necessari all’educazione del futuro. RaffaelloCortina Editore

Vittorio Boi Scarpette Rosse,2014 Olio su tela
Vittorio Boi
Scarpette Rosse,2014
Olio su tela