L’uomo e la tutela della biodiversità| Intervist/a Paolo GUIDETTI Docente Ecologia Marina Università “Sophia Antipolis” Nizza|Collaboratore AMP Tavolara Punta Coda Cavallo

Negli ultimi tempi sembra diffondersi con più insistenza una certa coscienza ecologica che implica un comportamento più consapevole e responsabile nei confronti dell’ambiente che ci circonda, con attente valutazioni antropogeniche.

Dopo i vari episodi di moria di organismi marini a causa dell’ingestione di grandi quantità di plastica, come il capodoglio spiaggiato a Cala Romantica nei pressi di Porto Cervo, i comuni di alcune città costiere – del Nord Sardegna, – hanno diffuso ordinanze restrittive per ciò che concerne l’utilizzo della plastica o il divieto di fumare sigarette in spiaggia, con conseguenti multe per chi non le rispetti.

Il discorso esula dalla vocazione turistica della Sardegna e da conseguenti priorità di tutela, ha un respiro molto più ampio.

Ognuno di noi, nel nostro piccolo, può fare qualcosa, deve fare qualcosa concretamente, per ristabilire quell’armonia che sembra essersi dissolta tra uomo e ambiente in cui vive. Esempio se consideriamo il tempo di questi ultimi mesi che sembra esser impazzito, con stagioni meteorologiche non corrispondenti a quelle astronomiche e i conseguenti disastri ambientali sempre più frequenti.

L’Organizzazione Meteorologica  Mondiale – WMO – ha registrato dal 2015 al 2018 gli anni più caldi mai registrati prima a causa di concentrazioni record di gas serra nell’atmosfera che sono all’origine dei repentini cambiamenti climatici.

Oggi risulta esser prioritaria   “la conservazione e il ripristino di habitat naturali (ad es arie umide e dune costiere) che hanno un ruolo determinante nelle strategie e adattamento ai cambiamenti climatici e contrastano gli effetti negativi degli eventi estremi”. (Fonte ISPRA)

La terra può  appare matrigna per l’uomo che non la rispetti ma che non si deve  dimenticare  che è la nostra grande madre: oltre ad accoglierci, permette di vivere donandoci preziose risorse.

La redazione é sempre  stata in prima linea cercando di evidenziare e denunciare mancanze e documentando missioni positive: la pulizia delle spiagge che ogni anno coinvolge i ragazzi delle scuole cittadine; l’operato di volontari che dedicano il proprio tempo alla pulizia e tutela dell’ambiente.

Azioni che gratificano la persona che compie il gesto nel suo rendersi utile alla comunità, finalizzati ad un bene collettivo non individuale e perciò di valore incommensurabile.

Sensibili  alle tematiche legate all’ambiente abbiamo intervistato una persona che il mare lo vive come se fosse parte della sua anima, inscindibile dal suo essere, – come si evince dal  suo entusiasmo e passione quando parla della sua professione e inerenti finalità, – il Prof. Paolo Guidetti Docente di Ecologia presso il Laboratorio ECOSEAS dell’Università di Nizza “Sophia Antipolis” e ricercatore del CoNISMa (Consorzio Nazionale Interuniversitario per le Scienze del Mare), attivo collaboratore delle Aree Marine Protette (AMP) in particolare dell’Area Marina Protetta TAVOLARA PUNTA CODA CAVALLO del Nord Sardegna. 

Un’intervista illuminante  in cui parleremo di ecologia marina,  di pesca, di problemi ambientali e sostenibilità di risorse, da cui traspare la volontà e l’urgenza di salvaguardare la biodiversità marina con le implicazioni socio-economico-culturali collegate quali la pesca, la figura del pescatore, i borghi marinari.

Come nasce la tua vocazione per l’ecologia marina.

Premetto che sono genovese di nascita e fin da piccolo andavo al mare con la mia famiglia in spiagge frequentate anche dai pescatori. Da allora ho avuto l’imprinting. Ricordo che già intorno ai cinque o sei anni avevo deciso di fare il biologo marino e alla fine mi sono specializzato in ecologia marina della conservazione.

Fig. 1 Diver visual census (foto E. Trainito)Visual Census ph. ©Egidio Trainito

Qual è stato il tuo percorso di studi? 

Dopo aver frequentato il liceo a Genova mi sono laureato in Biologia con una tesi sull’accrescimento dei molluschi, anche se ero già orientato verso lo studio della fauna ittica. Dopo la laurea ho avuto la fortuna di collaborare prima con un ente di ricerca di Roma, oggi ISPRA – Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale – poi ho vinto una borsa di studio alla Stazione Zoologica di Napoli, uno degli istituti più prestigiosi e più antichi di biologia marina.

Successivamente ho fatto il Dottorato di Ricerca sulle Aree Marine Protette presso l’Università del Salento durante il quale sono stato presso la Scripps Institution of Oceanography a San Diego – La Jolla, California –  uno dei centri più importanti al mondo per la biologia marina.

Rientrato in Italia ho avuto diversi contratti di ricerca e nel 2007 un posto da ricercatore in Zoologia all’Università del Salento. Sono rimasto a Lecce fino al 2012 quando ho vinto un posto da professore di Ecologia all’Università di Nizza Sophia Antipolis. Dal 2016 dirigo un laboratorio di Ecologia Marina.

A questo proposito, vuoi parlarci del laboratorio e del lavoro di ricerca che effettuate?

Per me la ricerca ha due finalità importanti: la prima è l’acquisizione di conoscenze sugli ecosistemi marini che offrono tanto all’uomo e alla società. Spesso non ce ne accorgiamo ma è doveroso acquisire  le conoscenze di base perché si sa pochissimo. Guardiamo a Marte, ma non sappiamo che si possono scoprire nuove  specie in ogni bicchiere di sabbia, prelevata nella spiaggia, dove facciamo il bagno.

Inoltre, conoscere l’ambiente marino permette di dare indicazioni ai gestori sia a livello locale, come i direttori delle Aree Marine Protette, ma anche ai Ministeri e all’Europa, affinché gli ecosistemi marini siano gestiti in modo da essere in uno stato sano, da proteggere la bio-diversità, che non è solo una scelta a fondamento etico ma è anche scelta di convenienza. Infatti gli ecosistemi sani ed ad alta bio-diversità forniscono alla società una serie di beni e di servizi –  che diamo per scontati ma che scontati non sono – che costituiscono un vantaggio.

Di che cosa ti occupi, nello specifico.

I filoni di ricerca più importanti di cui mi occupo sono centrati sul modello fauna ittica – pesci –  e sono: la conoscenza della biologia e dell’ecologia delle specie ittiche ma anche l’applicazione di metodi di pesca sostenibile e l’utilizzazione della fauna ittica come indicatore delle qualità degli ecosistemi marini.

Il motivo per cui noi lavoriamo in tantissime AMP è perché, adottando certe tecniche di raccolta dati sulla fauna ittica, siamo in grado di dire se una certa misura di protezione o gestione che è stata adottata in una certa AMP o in una certa zona, stia o meno proteggendo efficacemente la fauna ittica e l’ecosistema di cui la fauna ittica fa parte.

Come negli esami del sangue si contano i globuli rossi, la formula eritrocitaria,  noi misuriamo l’abbondanza dei pesci, la loro taglia, quante specie sono presenti, se ci sono i giovanili, se i riproduttori sono efficaci e grandi.

Si lavora anche per incrementare risorse.

Lavoriamo sulla gestione della pesca che in alcuni momenti può esser diminuita o sospesa al fine di ricostituire le risorse di pesca e perché successivamente i pescatori ne possano beneficiare.

Ci sono modalità di pesca che consentono di pescare meglio. È una questione culturale, nel senso che le risorse in mare sono condivise. Se si scatena una mentalità iper-competitiva, i pescatori si fanno del male reciprocamente perché pescano individui piccoli, immaturi, pur di pescare qualcosa che non sia pescato da un altro. Se si pesca in maniera cooperativa, – e ci sono degli studi che abbiamo fatto e che hanno mostrato risultati molto interessanti – il pesce ha tempo di crescere, i riproduttori di produrre uova e larve, nello scopo di rimanere in una situazione più ecologicamente sana e anche più abbondante produttiva per la pesca.

E ci colleghiamo al concetto di sostenibilità delle risorse viventi. Quando  parliamo di una miniera di carbone o riserva di petrolio una volta che estraiamo e usiamo il materiale, questo non esiste più. Per una risorsa vivente, come uno stock di pesca, i pesci sono vivi e devono poter crescere e riprodursi, in tal modo possiamo pescarne una parte, evitando di esaurire la risorsa.

PaoloVisualCensus1Visual Census ph. ©Egidio Trainito

L’Italia continua a perdere studiosi, ricercatori, una “fuga di cervelli”, una diaspora che sembra non finire.

Io non sono molto d’accordo sul concetto di “fuga di cervelli”, perché di geni ce ne sono stati pochi nella storia. Qui consideriamo Einstein e quelli che hanno inventato cose fondamentali.

Quello che sta succedendo, ben più grave, è che dall’Italia se ne stanno andando tante persone normali, ma con tanta voglia di fare, tanta volontà e tanta motivazione e competenze che spesso contano più della genialità, le quali non trovando spazio per meritocrazia, uno stipendio adeguato o altro, trovano occasioni altrove.

Io, per esempio, sono andato a Nizza e riesco a attirare cospicui finanziamenti dall’Europa o da altre realtà. Ciò significa che sono fondi che non arrivano in Italia e con ciò non si permette di dare qualche borsa di studio a giovani italiani, né  di pagare una fornitura per un servizio, giusto per fare un esempio.

Il problema non è solo che tanti se ne vanno, ma anche che l’Italia non è capace di attirare un francese, un tedesco o un asiatico che poi produce più di me o altri.

Da anni sei collaboratore attivo di tante Aree Marine Protette. Che cosa s’intende per AMP e perché la necessità  di costituirla?

In termini più generali un’Area Marina Protetta è un’area definita da un perimetro a mare soggetta a qualche regola più stringente rispetto alle leggi nazionali vigenti. Nel contesto italiano, incluso quello sardo, le aree marine protette hanno un perimetro all’interno delle quali al 90 % si può entrare, i pescatori locali professionisti possono pescare e in ampie aree anche i pescatori ricreativi possono pescare salvo i pescatori in apnea con il fucile sub. Queste zone sono dette ‘zone tampone’ e corrispondono alle cosiddette zone B e C delle AMP italiane. All’interno delle AMP ci sono poi piccole zone, dette zone A, in cui si può entrare unicamente per sorveglianza, se c’è un’urgenza o un soccorso, o per motivi di ricerca previa autorizzazione.

Per esempio, nell’Area Marina Protetta di Tavolara, le uniche zone totalmente interdette sono un settore presso Punta del Papa presso l’Isola di Tavolara e intorno all’isolotto di Molarotto. Nel resto si può accedere con l’imbarcazione andando a velocità moderata. Possono operare i pescatori professionisti muniti di licenza e in una zona C, molto ampia, anche i pescatori ricreativi, se si registrano presso l’Area Marina Protetta e chiedono autorizzazione, possono, seguendo alcune regole, pescare e divertirsi.

Un’Area Marina Protetta è uno strumento che se lo si usa bene – e i dati che provengono oltre che dal Mediterraneo, da tutto il mondo, lo confermano – è un’occasione di legalità e ha il potenziale di produrre un ritorno economico molto importante.

Epinephelus_marginatus_AB_corteggiamento_12.08.50Epinephelus Marginatus Corteggiamento ph. ©Egidio Trainito

Parliamo del problema legato all’aumento della temperatura del mare che sembra stia alterando l’habitat marino. Qual’è la reale situazione?

Innanzitutto bisogna distinguere tra effetti diretti o indiretti. L’aumento della temperatura per sé è qualcosa che cambia le condizioni ecologiche dell’ambiente. L’aumento della temperatura delle acque marine è la conseguenza di cambiamenti climatici di origine antropica, ma i cambiamenti che stanno avendo luo in Mediterraneo sono determinati anche da altre concause.

A causa dell’apertura del Canale di Suez, abbiamo aperto la porta a specie più affini alle acque calde, come quelle del Mar Rosso, che sono entrate a centinaia, migliaia nel Mar Mediterraneo e alcune decine hanno trovato un habitat “caldo” ideale.

Il Mediterraneo, nella parte Est, è sovrapescato, alcune di queste specie del mar Rosso non hanno trovato quelle difese naturali, quei grossi pesci predatori, come le cernie per esempio, che mangiandosele possano controllare le loro popolazioni.

Due specie in particolare, entrate attraverso il canale di Suez, stanno desertificando le coste rocciose del Mediterraneo orientale, nel senso che qui vediamo la roccia con sopra le alghe, mentre in alcune coste rocciose turche e libanesi la roccia appare “liscia”. Non c’è più nulla. Questi pesci erbivori, chiamati pesci coniglio, brucano le alghe e si riproducono velocemente. Sono già arrivati nel basso Adriatico e in Sicilia (sono abbondanti a Lampedusa) e  si cominciano ad avere segnalazioni anche nel Tirreno.

Questo è un effetto dell’innalzamento della temperatura che cambia le condizioni ecologiche. Si fa spazio a nuove specie che eliminano specie di alghe, ma anche per competizione specie locali come la Salpa, pesce erbivoro mediterraneo, ormai quasi sparita lungo le coste della Turchia.

Poi c’è da considerare l’effetto indiretto. Alcune patologie dovute ad infestazioni di parassiti, protozoi, virus e batteri diventano molto più virulente in acque più calde. C’è una patologia diffusa che colpisce le cernie, spigole e altri pesci che si presentano o morenti in superficie o morti sul fondo e hanno gli occhi bianchi. Si possono vedere anche murene viventi con gli occhi bianchi. Questo è un virus la cui virulenza aumenta d’estate con l’aumento della temperatura delle acque e in generale è aumentato negli anni, come conseguenza di temperature mediamente più elevate.

Come può intervenire l’uomo?

Ci sono tanti modi per fare qualcosa nella giusta direzione. Nelle Aree Marine Protette dove si pesca meno e meglio o nelle zone A dove non si pesca, ci sono tanti pesci, alcuni molto grandi che sono predatori efficaci e possono nutrirsi di quelli che entrano dal Canale di Suez, limitandone l’espansione.

L’uomo stesso può far qualcosa. Queste specie invasive possono esser pescate e proposte attraverso un’attività di promozione nei ristoranti. Esistono ormai ricette fatte col pesce leone, il Lion Fish, che è uno scorfano tropicale entrato dal Mar Rosso. Sono pesci molto buoni. Dopo un’iniziale diffidenza, lentamente si stanno affermando sul mercato.

Ma non si può intervenire se si raddoppia l’ampiezza del canale di Suez, come è successo in Egitto, e se si preferisce fare delle scelte in funzione di un’economia di ritorno a breve termine.

La pesca e la necessità dei fermi biologici. Perché è importante rispettarli?

Quello che si dovrebbe fare è arrivare ad un equilibrio tra quello che gli ecosistemi marini offrono come risorse e quello che noi possiamo prelevare. Perché quando la pesca è aperta ed è eccessiva si fa un danno ambientale. Se si ferma siamo noi con le nostre tasse che paghiamo la flotta perché stia ferma, ciò non ha nessun senso. Io voglio bene alla categoria dei pescatori artigianali, ma poi c’è tutta la componente semi-industriale o industriale del Mediterraneo e quelle sono spesso grosse aziende. Se un negozio non riesce a vendere pomodori o cornici di quadri chiude. Non è che il negozio resta chiuso e attraverso convenzione fondi pubblici il titolare guadagna lo stesso. Siamo in una condizione di dover affrontare un’economia della pesca industriale che non ha una sua economicità, che sta in piedi grazie ai sussidi. Non ha senso. Paghiamo per avere un danno.

Una situazione diversa si palesa se si parla di supporto alla gestione per la pesca locale, artigianale. Primo perché la pesca artigianale è un’attività economica, ma ha anche grosse implicazioni culturali. Come si può pensare a certi borghi marinari senza i pescatori. Quanta immagine di borgo marinaro attira turisti che vedono nei nostri borghi autenticità, genuinità…essi creano economia.

Relativamente alla gestione degli stock, i pescatori locali non si muovono tanto, pescano localmente. Quindi quando si parla con loro  – ho avuto la fortuna di conoscerne tanti dotati di grande intelligenza e capacità – utilizzano dei sistemi di autocontrollo. Infatti sanno che se pescano tutto oggi, domani fanno la fame. Mentre un grosso peschereccio che dipende da una grande compagnia sfrutta a fondo le risorse in un tratto di costa e poi si muove verso un altra zona, il pescatore di Castelsardo, per esempio, non andrà in Tunisia, ha quindi interesse a conservare e gestire meglio le sue risorse locali.

Inseriti in un contesto un po’ più moderno, l’idea di “pescatore” può essere interessante per mantenere quell’immagine di borgo marinaro che funziona dal punto di vista turistico. Infatti il ristorante “Il pescatore” lo si trova un po’ ovunque. Si può integrare in loghi di sostenibilità se si pesca come si deve e integrare in una struttura come un’Area Marina Protetta se viene ben pianificata. Implicando i pescatori anche nella gestione e non dando sussidi a fondo perduto, ma aiutandoli ad evolvere verso qualcosa che sia più adeguato ai nostri tempi.

Altro punto importante è che se si guardano le specie target, la piccola pesca non si focalizza su poche, ma è una pesca multi-specifica. L’impatto del prelievo, quindi, non si concentra su alcuni stock che vengono devastati. Il pescatore professionale locale conosce bene il suo mare, sa che in alcuni mesi deve usare un certo strumento perché arrivano le seppie, poi cambia attrezzo perché arrivano le triglie, etc… e facendo così tutti gli stock hanno un pochino di tempo per riprendersi.

Per contro la pesca al tonno rosso viene fatta da grandi imbarcazioni e si mira solo a quella specie perché ha un grande rendimento economico. E purtroppo, anche se sono state fissate delle quote, spesso si pesca più del dovuto.

E quindi, parliamo di pesca sostenibile.

Noi lavoriamo sulla pesca sostenibile che risponde ai seguenti criteri. Quello ecologico: pescare con attrezzi che non impattino l’ambiente, che non impattino i pesci troppo piccoli che lascino i pesci grossi perché sono i riproduttori, non solo poche specie, cercando di non pescare troppi pesci predatori per non intaccare l’ecosistema. Facciamo programmi educativi per insegnare a pescare e consumare più specie, anche quelle che non si conoscono e non si cucinano più, specie che  un tempo si conoscevano e mangiavano.

Poi c’è la sostenibilità sociale ed economica: scegliendo specie che sono pescate localmente invece di andare a nutrire l’economia di un grande investitore di chissà dove, facciamo vivere meglio il pescatore locale che è quello più interessato a gestire meglio il proprio stock, vettore di una cultura importante e che è colui che contribuisce all’economia locale.

Parablennius_pilicornisParablennius Pilicornis ph.©Egidio Trainito

La plastica e i suoi immensi danni ambientali è un problema da affrontare con una certa urgenza. Tutti siamo rimasti colpiti dalla morte del Capodoglio, rinvenuto nei pressi di Cala Romantica,  a causa dei tanti chili di plastica ingeriti. Bisogna dire che si sta lentamente diffondendo una certa coscienza ecologica. L’ONU ha dato dei parametri ma alcuni paesi ancora non li rispettano. 

Il problema grave, oltre a quello evidente delle macro-plastiche che tutti vedono, è che tutte le plastiche si frantumano e diventano microplastiche. Le microplastiche entrano nelle catene trofiche, nelle catene alimentari, entrano negli organismi. E alcuni di questi organismi vengono mangiati da noi, entrano dentro il nostro corpo. Si è già cominciato ad osservare dei residui di microplastiche nel sangue umano di cui non si conoscono (ancora) gli effetti. Ma ciò non è sicuramente positivo.

Il discorso della plastica è ora di moda e ognuno nella vita quotidiana dovrebbe fare la sua buona azione che non è unicamente di non gettare la plastica in mare. Ogni volta che facciamo la spesa portiamoci una sacchetto di tela e facciamo estrema attenzione a comprare confezioni che non abbiano imballaggi di plastica. Non dobbiamo solo riciclare la plastica, ma dovremo arrivare a non produrla o a produrne il meno possibile.

Come potrebbe intervenire la comunità internazionale su questo problema?

Diciamo che ci sono due modalità d’intervento, una top-down dall’alto al basso, e l’altra bottom-up dal basso verso l’alto. L’Europa, le Nazioni Unite si sono date dei target a cui molti paesi aderiscono, anche se spesso non soddisfano questi criteri nella realtà. Si vede una certa propensione a risolvere il problema, ma non si è arrivati alla questione fondamentale. Come diceva Einstein ”Non si può risolvere un problema con la stessa mentalità che l’ha generato”. Quindi finché i paesi seguiranno globalmente un modello economico che è teso alla persistente e continua crescita economica con conseguente misurazione attraverso indicatori come il PIL (prodotto interno lordo) che hanno una meccanica molto precisa non andremo da nessuna parte. Nel senso che siamo ad una crisi economica, ecologica e sociale per una contraddizione fondamentale: la terra ha delle risorse che hanno dei limiti, non sono infinite e noi pretendiamo che i sistemi economici dei paesi perseguano una crescita infinita.

Questa è una contraddizione che non può continuare a lungo. Non c’è stato un cambiamento culturale che possa permettere di cambiare i nostri obbiettivi. Se l’obbiettivo è la crescita persistente possiamo alleviare problemi, possiamo ridurli, ma la direzione non è coerente con le risorse  che il pianeta può metterci a disposizione.

La questione bottom-up è relativa al fatto che le scelte non si fanno solo ai piani alti. Se, come già dimostrato, nelle persone si sviluppa una certa cultura a livello di società e se le persone adottano un certo approccio culturale al consumo delle risorse, il mercato non può che adeguarsi. Se domani non compriamo più alcun prodotto che abbia un involucro di plastica  di conseguenza il produttore non produrrà più tali involucri.

Ho molta fiducia nella capacità che hanno le persone di indirizzare il mercato e le scelte politiche perché il politico ascolta l’elettorato. Ben venga, Greta, la bimba svedese e tutti i giovani che coinvolge. È uno strumento di comunicazione magnifico.

C55468E5-CCE8-4B90-8195-C3E4A7C8A320Epinephelus costae maschio  ph. ©Egidio Trainito

Siete impegnati in tantissimi progetti. Ma quale idea soggiace ai vostri progetti?

L’idea progettuale del nostro laboratorio è un laboratorio che fa socio–ecologia ovvero la conservazione delle risorse, la protezione dell’ambiente vengono fatte non tenendo l’uomo al di fuori, ma coinvolgendo l’uomo all’interno del sistema, fare Possiamo escludere l’uomo in zone limitate, ma come modello da perseguire, dobbiamo arrivare ad un modello di sostenibilità in cui l’uomo e la società siano presenti ma interagiscano e sfruttino l’ambiente in modo assolutamente sostenibile.

La sostenibilità viene declinata attraverso le sue tre colonne: la sostenibilità ambientale con tutti i principi ecologici che partono dal diritto stesso delle diverse specie di esistere, noi non siamo l’unica che ha il diritto di esistere e giovarsi del pianeta poi c’è la sostenibilità sociale ed economica. E questa sociale ed economica fa riferimento ai diritti e all’equità, per cui anche quando un’area marina protetta viene istituita, non ci si può dimenticare che in quel territorio c’erano delle persone e delle categorie che avevano una loro economia. Se  non si riesce a supportare una certa economia locale perché incoerente rispetto ai principi di conservazione, bisogna supportare la sua conversione. Quindi la socio-ecologia prende in considerazione la conservazione dell’ambiente, la valutazione degli impatti, cercando di fornire soluzioni.

Mi parli nello specifico del censimento visivo dei pesci di cui si occupa il vostro laboratorio.

È una metodica di acquisizione di dati sulla fauna ittica standardizzata dalla metà degli anni 80 che non prevede alcuna raccolta, alcun campionamento di pesci. Bisogna avere una competenza subacquea in primo luogo. Si raccolgono i dati usando una tavoletta con dei fogli A4 plastificati e matite, ma bisogna saper riconoscere le specie, contare gli individui e valutare le taglie ‘ad occhio’. Noi raccogliamo dati in diversi habitat marini, censiamo le specie che sono presenti, valutiamo la loro abbondanza e la loro taglia individuale per poi stimare una variabile sintetica che è la biomassa, misurata come peso su superficie standard (ex., g/m2). Sembra semplice, ma non lo è.

Stimare la biomassa ci permette di comprendre quanto bene o male stia un ecosistema costiero in relazione, per esempio, alla pressione di pesca.

Personalmente ho condotto studi usando il censimento visivo presso diverse Aree Marine Protette sarde come Tavolara, Villasimus, Asinara, Capocaccia e Sinis, oltre ad alcune Zone Natura 2000. La Sardegna ha un patrimonio naturale costiero notevolissimo, un vero punto di forza, in cui la parte culturale e storica si itreccia con quella ambientale. Presso l’AMP di Tavolara, per esempio, eseguiamo due campagne all’anno per monitorare la fauna ittica dal 2005. Abbiamo una serie di dati che è storica e straordinaria, unica nel Mediterraneo.

La fauna ittica oscillare cambia molto nel tempo, ma ciò che si vede chiaramente è la capacità di recupero della fauna ittica soprattutto nelle zone A. All’interno delle zone A la biomassa di pesci è molto più elevata rispetto ai conteggi che facciamo fuori dall’area marina protetta, con valori intermedi nelle zone tampone (zona B e C). L’effetto riserva è limpido, chiaro, indiscutibile.

L’effetto riserva innesca poi il cosiddetto effetto spillover: quando la zona A è piena di pesci, essendoci troppa competizione all’interno, molti pesci escono e si muovono verso altre zone. Sono così esposti alla pesca e questo è un vantaggio per i pescatori.

546d443f-fcdf-41e9-8697-c13cd750f4dc.pngSecca Papa ph. ©Egidio Trainito

L’uomo ancora non ha capito che il mare è fonte di vita e mostra sempre meno attenzione. Si dovrebbe iniziare a parlare fin dalle scuole primarie. Cosa ne pensi.

L’idea che si ha della figura del ricercatore è che sia uno che ha la testa piena di numeri e cose complesse. In realtà oggi un ricercatore ha fallirebbe la sua missione se non avesse come fine anche quello di interagire con i più giovani, non solo con gli studenti universitari, ma anche i bimbi, a partire dalle scuole elementari o anche prima.

Ci sono modalità di trasmissione di informazioni che bisogna acquisire perché quando si parla con un bimbo si parla con una personcina molto attenta, che assorbe velocemente e naturalmente gli inputs. Così come per le lingue o per la musica quando si comincia a 5 anni i bambini sono incredibili, acquisiscono informazioni con rapidità e con una naturalezza di cui un adulto non è capace, non si devono sforzare.

La stessa cosa vale per il rispetto dell’ambiente, così come il rispetto per ciò che è bene comune e pubblico. Se si lavora con i bimbi e si inizia ad incanalarli verso questo tipo di approccio, inoltre, quando il bimbo che torna a casa e vede il papà o la mamma che usano la busta di plastica o fanno qualcosa che non va, è il bimbo che ha una capacità d’intervento efficacissima.

Sarebbe interessante avere gruppi di laureati che si dedichino alla comunicazione con i bambini e i ragazzi nelle scuole.

Le ricerche sul campo sono indispensabili per capire dinamiche e valutare eventuali soluzioni? Ci parli di eventuali differenze tra l’approccio scientifico francese e quello italiano? 

Diciamo che è indubbio che una nazione come la Francia abbia molta più capacità organizzativa, cioè riesce ad agire a livello di sistema. Mentre l’Italia ha molte punte di diamante, però ha scarsa capacità organizzativa e non è capace di agire come “sistema”.

In Sardegna ci sono delle AMP che sono dei punti di riferimento anche per altri paesi europei, i cui dati dimostrano che l’efficacia è evidente e più chiara ripsetto ad altre realtà non italiane. In Italia, tuttavia, ci sono anche alcune Aree Marine Protette che lo sono solo sulla carta e questo va cambiato, in meglio.

L’esempio un AMP in Puglia, in provincia di Brindisi, l’AMP di Torre Guaceto, dove io lavoro da tanto tempo, è famoso uno tra gli esempi più noti al mondo per la cogestione della pesca locale. I pescatori andando a pescare meno, ma meglio, quando escono pescano molto di più e valorizzano meglio il pescato.

Si potrebbe fare qualcosa per migliorare la ricerca, secondo te?

Se si usano bene i fondi della ricerca, si potrebbe fare di più. Una cosa che sarebbe fondamentale fare – e anche qui la differenza è tra mentalità europea e anglo-americana – è finirla con l’immensa burocrazia attuale, perché quando facciamo un progetto europeo il report economico-finanziario, con tutti i vari scontrini, costituisce l’80 percento e la parte scientifica è quasi marginale. Invece quando si ragiona con un approccio “americano” il processo è più fluido: io cerco un finanziatore, propongo un’idea e dico quanto costa. Il finanziatore accetta ed esige soprattutto “i risultati”.

Per i progetti EU trascorriamo la maggior parte del tempo a giustificare le spese. Io preferisco cercare finanziamenti da fondazioni private che vanno ad obiettivo, ma non si può non stare nello spazio EU della ricerca, quindi ben vengano ovviamente anche i finanziamenti europei.

ba64d07f-dcc8-4434-a30a-83236871b8c9.pngDotto Posidonia ph. ©Egidio Trainito

Quali progetti futuri?

Ho alcuni piccoli progetti innovativi in corso, come lo studio dei rumori dei motori marini in acqua, ma ormai la mia strada è quella di cercare di fornire informazioni e soluzioni per risolvere le forme d’impatto che l’uomo produce in ambiente costiero, gestire le risorse e l’ambiente nel modo più adeguato possibile, per preservare la biodiversità e nel contempo far sì  che le comunità locali possano trarre il giusto beneficio.

Ti piacerebbe stabilizzarti definitivamente in Sardegna?

Non solo mi piacerebbe. Vengo qui il più spesso possibile. Ho avuto tante offerte per rientrare in Italia, in sedi universitarie, ma ho sempre dichiarato che non rientrerò salvo in Sardegna che non è la mia terra nativa, ma la mia terra d’adozione, dove mi sento bene.

 

 

©lyciameleligios 2019

(pubblicato su Olbia.it il 26 Maggio)

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Una conversazione con Anna Mazzamauro, icona del teatro italiano

Incontrare Anna Mazzamauro non è stato semplice perché, oltre ad essere attrice sul palcoscenico, è una donna manager molto dinamica con un’agenda fitta di tantissimi impegni, telefonate, incontri.

Ma, ci ha concesso questa lunga intervista, come segno di ringraziamento verso tutte le persone che le hanno mostrato grande affetto e stima, assistendo alla sua ultima commedia “Nuda e Cruda”, inserita nel circuito della Grande Prosa 2018-2019 del CeDAC, rappresentata nei vari teatri della Sardegna, oltre a varie regioni d’Italia.

BA96EC68-D634-4843-8709-31947A4D9982Courtesy Archivio Anna Mazzamauro ph. ©Pino Miraglia

Qui continua a svelarsi con la sua intelligenza e autoironia di sempre, da cui traspare consapevolezza del suo talento artistico e a tratti scopre un velo d’inquietudine e malinconia;  ma oltre alla sua delicata sensibilità, predomina un innato senso di libertà, che si può riscontrare in alcune sue grandi interpretazioni come la Lysistrata di Aristofane, La locandiera di Carlo Goldoni o il Cyrano de Bergerac di Edmond Rostand fino alle commedie più attuali come Belvedere. 

Non mancano dei piccoli doni, quasi sfumature di luce della sua anima profonda e introspettiva, intervallati dal fluire delle parole: piccole riflessioni sulla vita. 

Iniziamo l’intervista con una risata spontanea, di quelle che servono per allentare tensioni e ti riportano alla realtà. Ora non si recita a soggetto, ma ci si palesa come si è autenticamente veri.

È lei che gioca d’anticipo da grande star, dicendo: «Se proprio vuoi esser onorata comincia a darmi del tu, perché così ci onoriamo a vicenda». Da queste poche parole avevo intuito che ci sarebbero state belle sorprese da questa donna minuta, agile, carismatica, grintosa, empatica, libera che ama l’autenticità e fugge dall’ipocrisia: Anna Mazzamauro.

 

C4035585-D66A-4E17-9B33-C9F329EABA88Courtesy Archivio Anna Mazzamauro

Sei un interprete molto apprezzata e stimata. Hai trascorso una vita sulle scene fin dalla tua giovane età. Con grande versatilità e talento hai dato voce a personaggi con  sfumature caratteriali complesse, affrontando generi differenti dal comico al tragico.

Come è nata la passione per la recitazione e quali sono stati i tuoi insegnanti?

[Risata contagiosissima] La voglia, la sensazione di esser attrice è nata con me. Credo che il talento nasca con noi. Io non so fare nient’altro. Sono una donna assolutamente inutile se non sto sul palcoscenico. Come tu stessa avrai constatato per quello che è successo durante lo spettacolo [allude allo spettacolo “Nuda e Cruda” durante il quale si erano verificati problemi tecnici e lei ha continuato a recitare tra realtà e finzione in modo brillante strappandoci risate e grandi applausi, ndr]. Se fosse successo in un altro contesto, io non avrei potuto reagire in quel modo (naturale e spontaneo). Quando sono sul palco assumo una specie di divinazione. Il desiderio di esser attrice è nato con me e non ho avuto nessun maestro se non il mio specchio, perché non ho frequentato nessuna scuola.

Credo che le scuole di Arte Drammatica non siano inutili, ma necessarie quando si ha un’inflessione dialettale molto accentuata. Quando si parla in calabrese, siciliano, lombardo e veneto. Il dialetto va curato, eliminato per purificare la lingua italiana. Allora è giusto avere degli insegnanti. Ma nessuno può insegnarti a recitare se non sai recitare.

I tuoi genitori avevano assecondato la scelta di diventare attrice o l’osteggiavano?

Avendo manifestato fin dall’asilo questa inclinazione alla recitazione, loro ritenevano che il desiderio di diventar attrice fosse una “malformazione”. Ma io sono nata con questa malformazione sia fisica che mentale! [Ridiamo sonoramente] sai che amo fare autoironia!

Hanno tentato di allontanare questo démone dostojeskiano del teatro, mandandomi all’asilo dalle suore. Ma i miei genitori, come penso tutti i genitori, non cercano di ostacolare il talento del proprio figlio se questo è presente, in caso lo possono indirizzare verso qualcosa che loro ritengono sia più giusto.

Nel mio caso,  pur non essendo nata nell’800, i tempi non erano storicamente pronti rispetto alla cultura di entrare a far parte del mondo dello spettacolo con disinvoltura. Quando ero piccola occorreva il permesso dei genitori.

Conoscevo il mio istinto anche se non sapevo dove mi avrebbe portato. Così studiai, frequentai  il liceo classico dalle suore. Anche se ci sono stati attori meravigliosi che erano dotati di grande espressività e intuito, che avevano fatto pochi anni scolastici.

Un ricordo di quegli anni.

In classe, il mio banco era sotto la finestra e davo le spalle alle mie colleghe. Guardavo il cielo e immaginavo. Disegnavo locandine. Davo le spalle perché sia le suore che le madri delle mie compagne di classe, fanciulle in fiore, pensavano che io le potessi rovinare parlando di ciò che desiderassi fare da grande.

L’amore per la recitazione ti indusse ad aprire un piccolo teatro Il Carlino. Puoi parlarci di questa esperienza? 

Avevo già alle spalle varie esperienze teatrali con Giorgio Albertazzi, il Teatro Stabile di Torino e altre.

Il mio aspetto induce  i “depositari” della cultura artistica italiana a relegarmi intenzionalmente – anche se io non gliel’ho permesso – ai caratteri all’italiana, che sono ad esempio: se tu non sei più giovane devi parlare come se avessi la dentiera, oppure devi esser cecato, sordo, zoppicante, claudicante. Queste cose orrende da cinepanettone, che spero di non fare mai più.

Ma ritornando al mio Teatro Il Carlino, poiché potevo aspirare a diventare al massimo l’antagonista della protagonista, – ma per carità, io sono nata protagonista – scelsi di aprire questo teatrino. E così scritturai i Vianella, Bruno Lauzi e tanti altri bravi artisti.

M’impegnai con tutte le mie forze. Gestii completamente da sola – sia economicamente che artisticamente – il mio piccolo teatro che poi mi bruciarono. Ma, non ne voglio parlare.

[segue un istante di silenzio, intenso, come il ricordo ancorato ad un dolore indelebile, scolpito nella sua anima]

Comunque hai trovato la forza di reagire. Come hai superato questo momento?

Come immagine ricordo di  aver aiutato i pompieri a spegnere l’incendio. Questa è naturalmente un immagine retorica, infatti non l’ho fatto materialmente.

Si dovrebbe capire che le tragedie della vita vanno spente aiutandosi pesantemente con forza, come spegnere un fuoco. Certo dipende dall’intensità della tragedia, non voglio entrare nel merito. Ma dopo l’incendio del teatro, io non sarei riuscita a stare a casa e fare la casalinga. Avvalendomi dell’immagine allegorica di aver collaborato allo spegnimento del fuoco ho superato il trauma e ho ricominciato.

Diceva Sant’Agostino “Beato chi sa ridere di sé stesso perché non finirà mai di divertirsi”. In sintesi mai prendersi sul serio e tu in questo sei stata una grande insegnante.

Questo mi fa molto piacere. Non conoscevo questa frase di Sant’Agostino, non pensavo fosse così intelligente e che mi avesse quasi ispirato.

11DC3AEE-A455-46E1-9102-3668F96950CFCourtesy Archivio Anna Mazzamauro

Un riferimento alla tua interpretazione della celebre signorina Silvani donna con un profilo caratteriale di rilievo, spigliata, esuberante, di cui il Ragionier Fantozzi – interpretato da Paolo Villaggio – si era innamorato. Questo personaggio ha lasciato traccia sulla tua personalità e/o influenzato scelte future?

È un personaggio che ha lasciato traccia negli altri. Premetto che io non rinnego mai niente di ciò che ho fatto. Posso dire che mi ha dato notorietà. E per ciò sono riconoscente alla Silvani e l’ho sbattuta in palcoscenico durante il mio spettacolo per raccontare una donna sola, disperata e anche un po’ stronza.

Quando la gente mi ferma e mi dice: «Tu sei un mito» – forse esagerano – perché un mito è Sofia Loren, non io. Io posso essere una bella interprete di me stessa e dei personaggi che scelgo. Quando mi dicono queste parole, comunque si riferiscono sempre alla signorina Silvani. Così quando mi chiedono gli autografi. Una parte della gente viene a teatro, ma la maggior parte mi ricorda come la signorina Silvani. Ma finché mi chiederanno le fotografie e i famosi selfie mostrando affetto sarà sempre un bene, quando non me li chiederanno più, vuol dire che mi avranno dimenticata.

Come vivi i ricordi? I ricordi implicano una crescita interiore o sono luoghi di memorie sbiadite dal tempo? 

Molti ricordi li vorrei annullare completamente, rinnegarli. Però immaginiamo di salire una scalinata di un tempio antico. Questi gradini possono esser sbeccati, possono far sdrucciolare, però è sempre una scala. Dobbiamo imparare a salire anche sui gradini rotti, in quanto poi troveremo quelli integri che aiutano a salire.

[un bellissimo dono questa metafora]

Hai dato voce e anima ad uno dei caratteri più difficili della storia del teatro Cyrano de Bergerac, – pièce di Edmond Rostand – Quanta importanza hanno il talento e lo studio nell’introspezione psicologica di un personaggio? Perché hai scelto questo carattere intenso ed estremo?

Si, è il mio fiore all’occhiello. Possiamo dire che se si unisce il talento allo studio si raggiunge un risultato eccellente.

Nella mia vita artistica ho sempre privilegiato, al di là del sesso, personaggi che mi hanno donato grandi emozioni. Cyrano potrebbe essere una donna con il naso lungo. Ama ma non è riamato. Lotta in duello. Muore per amore e per aver duellato con la spada. Queste sono caratteristiche che potrebbe avere anche una donna. Sono l’unica attrice al mondo che ha interpretato Cyrano, che ho scelto perché mi ha dato grandi emozioni così come sono riuscita a trasmetterle al pubblico.

I miei spettacoli più importanti della mia vita sono stati Cyrano e lo spettacolo su Anna Magnani, Raccontare Nannarella.

Ora voglio darti una notizia: ho scritto la nuova commedia per la prossima stagione teatrale, un inno alla libertà, il cui titolo è Belvedere. È la duplice storia di Santa, una grassa, enorme signora che sarei io, che sarò infilata in una specie di sarcofago e di una trans autentica Cristina Bugatti. Queste due donne rappresentano il senso della libertà, rispecchiano i loro più reconditi desideri, voleri. Esprimono il diritto – senza disturbare o ledere il prossimo – di vivere in libertà come loro stesse desiderano, senza condizionamenti, nel puro rispetto di sé stesse e degli altri.

Io detesto i giudizi, come detesto quelli che sono tutti buoni, bravi e belli quando rilevano un tuo difetto come se loro non ne avessero.

Belvedere è il luogo scelto da questa grassissima e enorme signora che è felice delle sue condizioni, però è costretta a vivere su un belvedere di un palazzo dove ha ricostruito il suo mondo e incontra una trans che si sta per uccidere. Riesce a salvarla e da qui nasce il rapporto tra queste due donne. La commedia è un inno alla libertà di esser come ti pare.

Calvino diceva che bisognasse “capire d’ogni persona o cosa al mondo, la pena che ognuno e ognuna ha per la propria incompletezza”. Questa potrebbe essere la chiave che permette di definire i personaggi caratterialmente? Che cosa pensi al riguardo considerato che l’incompletezza fa parte dell’essere umano?

Possiamo ricollegarci alla nuova commedia  ed aggiungere che Santa si avvicina al Barone Rampante costretto a vivere sugli alberi perché non trova la sua dimensione per terra.  È Belvedere.

 

Hai fatto dell’ironia un faro di riferimento nel mare a volte burrascoso dell’esistenza, con grande intelligenza ed umiltà ti sei riscattata. La tua è una bellezza interiore autentica a tratti lirica. Oggi sembra che la bellezza interiore sia un po’ subordinata a quella esteriore.

Non solo subordinata, ma la bellezza esteriore sembra abbia prevaricato sulla bellezza interiore. Ma ho una dolcissima invidia verso le bellissime. Ogni tanto, un minuto l’anno penso fra me: «ma se io fossi stata bellissima forse avrei vinto prima, avrei vinto di più?» Ma questo solo un minuto poi torno sul palcoscenico e mi sento bellissima, intelligentissima, giovanissima tutti i superlativi assoluti. La priorità adesso penso si dia attraverso i social, attraverso i grandi fratelli e le grandi sorelle…

Cosa pensi dei social?

Quando si scopre un mezzo così potente per rapportarsi con gli altri lo si deve sfruttare fino in fondo. Penso sia una transizione. Dopo si capisce che dare in pasto la propria intimità agli altri, anche alle persone intelligenti, è sbagliato. E si ritorna nella propria dimensione.

Carismatica, autoironica, oggi non più trentenne t’imponi sulla scena con armonia e agilità uniche. Hai qualche segreto da svelarci?

Io vivo sempre con la sensazione di avere trecento anni davanti a me. Sto sempre facendo progetti, scrivendo, leggendo. Ogni tanto vengo assalita dal terrore della morte, però cerco di controbatterlo con l’ironia. Dormo poco perché il letto è uno dei posti più pericolosi del mondo perché ci muoiono tante persone. Gioco sulla vecchiaia, in fondo c’è questo dolore, questo smarrimento. Io non riesco a capire perché devo morire, visto che mi piace tanto stare in vita. Mi piace proprio la vita. L’amo moltissimo e perché devo morire? Non voglio. In contrapposizione a questa orrenda sensazione cerco delle altre emozioni più belle, più festose, più lungimiranti, progettuali. Io amo fare progetti, allora mi sento viva. E tu avrai visto una giovane donna in scena perché stavo facendo il progetto di mostrare al pubblico di essere bravissima.

Calvino considerava la letteratura “un mezzo per introdurre ordine nel caos” io lo accosto alla grande potenzialità dell’ironia e della comicità. Possiamo dare questo valore uniformante alla comicità che allinea, livella? Che valore ha secondo te?

La comicità è un emozione, come la tragedia quello che provoca la tragedia e la comicità. Sono emozioni. L’una ti fa ridere l’altra ti fa piangere però ti viene sempre da dentro.

“Ogni vita è un campionario di stili, – diceva Calvino – ove tutto può essere continuamente rimescolato e riordinato in tutti i modi possibili.”  Ma ciò non è forse l’anima del teatro? Che suggerimenti potresti dare ai ragazzi che vorrebbero studiare recitazione?

Direi lascia perdere, ovvero non cominciare, perché fare l’attore adesso come intendo io è molto difficile: non ci sono più le grandi compagnie dove si poteva imparare; non ci sono più i soldi per metter su delle grandi compagnie, e i gestori e gli impresari scelgono gli artisti.

Io  per esempio ho proposto uno spettacolo in cui ero sola con due eccellenti musicisti.

Nell’ultimo tuo spettacolo fai riferimento al femminicidio e al dolore straziante della madre di Melania Rea. Un messaggio forte che incide l’anima.

Un rifiuto del pensiero che ti possano uccidere una figlia. Io sono madre e solo all’idea… di pensare di parlare della madre di Melania Rea, prima di metterla nella Macelleria, ho detto «io non riesco a darmi una risposta».  E continuo «mio Dio ma se io fossi lei». Rifiuto l’idea che mi massacrino mia figlia e tutti rifiutiamo l’idea di accettare che gli assassini restino impuniti.

Che cosa conteneva la tua “valigia dell’attrice” ieri e cosa contiene oggi?

Tutti i cambi di cui sono proprietaria, di cui sono capace, tutti i cambi senza costumi. Io apro la valigia e ti sembra che non ci sia niente, ma ci sono io con tutti i miei desideri di raccontare i vari personaggi.

Ritornerai in Sardegna?

Io mi auguro di ritornare perché un pubblico così affettuoso è raro, che vale la pena d’incontrarlo ogni anno.

Anche noi tutti, dalla redazione ai lettori di Olbia.it ci auguriamo di rivederti presto nell’isola. E ti ringraziamo, cara Anna, perché da questa pagina hai continuato a farci emozionare, sorridere e se anche la scrittura può creare limiti, mancando di segni sonori e visivi, tu sei riuscita con la forza della tue parole a far af/fiorare la tua anima bella. Ma fossi proprio tu Cyrano! Ti aspettiamo!

©Lycia Mele Ligios

(articolo pubblicato su Olbia.it)

Olbia, 4 Maggio 2019

English Version

Meeting Anna Mazzamauro was not easy because, in addition to being an actress on stage, she is a very dynamic manager woman with a busy schedule full of commitments, phone calls, meetings.

But, she gave us this long interview, as a sign of thanks to all the people who showed her great affection and esteem, attending her last comedy “Nuda e Cruda”, inserted in the circuit of the Grande Prosa 2018-2019 of CeDAC, represented in the various Sardinian theaters, as well as various regions of Italy.

Here she continues to reveal herself with her usual intelligence and self-mockery, from which she becomes aware of her artistic talent and at times discovers a veil of restlessness and melancholy; but in addition to his delicate sensitivity, an innate sense of freedom predominates, which can be found in some of her great interpretations such as Aristophanes’ Lysistrata, Carlo Goldoni’s The innkeeper or Edmond Rostand’s Cyrano de Bergerac and the more current comedies like Belvedere . Little gifts are not lacking, almost shades of light of her deep and introspective soul, interspersed with the flow of words: small reflections on life.

We begin the interview with a spontaneous laugh, one of those that serve to release tension and bring you back to reality. Now we do not act as a subject, but we are revealed as we are: authentically true. It is her who plays in advance as a great star, saying: “If you really want to be honored, start saying you, because in this way we honor each other”. From these few words I realized that there would be nice surprises from this petite, agile, charismatic, spirited, empathic, free woman who loves authenticity and flees hypocrisy: Anna Mazzamauro.

You are a highly appreciated and respected interpreter. You’ve spent a lifetime on the scene since you were young. With great versatility and talent you have given voice to characters with complex temperaments, facing different genres from the comic to the tragic.

How did the passion for acting come about and who were your teachers?

[Very contagious laughter] The desire, the feeling of being an actress was born with me. I believe that talent is born with us. I can’t do anything else. I am an absolutely useless woman if I am not on stage. As you yourself will have seen for what happened during the show [alludes to the show “Nuda e Cruda” during which technical problems occurred and she continued to recite between reality and fiction in a brilliant way, snatching laughter and great applause]. If it had happened in another context, I could not have reacted in that way (natural and spontaneous). When I’m on stage I take on a kind of divination. The desire to be an actress was born with me and I had no teacher but my mirror, because I didn’t go to any school.

I believe that the schools of Dramatic Arts are not useless, but necessary when there is a very pronounced dialect inflection. When speaking in Calabrese, Sicilian, Lombard and Veneto. The dialect must be cured, eliminated to purify the Italian language. Then it is right to have teachers. But nobody can teach you to act if you don’t know how to act.

Did your parents support the choice of becoming an actress or not?

Having shown this inclination to acting since asylum, they believed that the desire to become an actress was a “malformation”. But I was born with this physical and mental malformation! [We laugh loudly] you know I love making self-mockery!

They tried to remove this Dostojeskian demon from the theater by sending me to the nursery school. But my parents, as I think all parents, do not try to hinder their child’s talent if it is present, in case they can direct it towards something they think is more right.

In my case, although not born in the 1800s, the times were not historically ready with respect to the culture of becoming part of the entertainment world with ease. When I was a child, parental permission was required.

I knew my instinct even though I didn’t know where it would take me. So I studied, I attended the classical high school at the nuns. Although there have been wonderful actors who were endowed with great expressiveness and intuition, who had made few school years.

A memory of those years.

In class, my desk was under the window and my back was to my colleagues. I looked at the sky and imagined. I drew posters. I turned my back so that both the sisters and the mothers of my classmates, girls in bloom, thought I could spoil them by talking about what I wanted to be when I grew up.

Love for acting led you to open a small Il Carlino theater. Can you talk about this experience?

I already had various theatrical experiences with Giorgio Albertazzi, the Teatro Stabile of Turin and others.

My appearance induces the “custodians” of Italian artistic culture to intentionally relegate me – even if I didn’t allow it – to Italian characters, which are for example: if you are not young you have to talk as if you had dentures, or you must be blinded, deaf, limping. These horrible things from cinepanettone, which I hope I will never do again.

But returning to my Teatro Il Carlino, since I could aspire to become the protagonist’s most antagonist, – but for heaven’s sake, I was born a protagonist – I chose to open this little theater. And so I would write the Vianella, Bruno Lauzi and many other good artists.

I committed myself with all my strength. I managed completely by myself – both economically and artistically – my little theater which then burned me. But, I don’t want to talk about it.

[follows an instant of silence, intense, like the memory anchored to an indelible pain, carved in his soul]

However you have found the strength to react. How did you overcome this moment?

As a picture, I remember helping the firefighters put out the fire. This is naturally a rhetorical image, in fact I did not do it materially.

It should be understood that the tragedies of life should be turned off by heavily helping each other, such as putting out a fire. Of course it depends on the intensity of the tragedy, I don’t want to go into it. But after the theater fire, I wouldn’t be able to stay at home and be a housewife. Taking advantage of the allegorical image of having collaborated in extinguishing the fire, I overcame the trauma and started again.

Sant ‘Agostino said “Blessed is he who knows how to laugh at himself because he will never cease to have fun”. In summary, never take yourself seriously and you have been a great teacher in this.

This makes me very happy. I did not know this phrase of Saint Augustine, I did not think he was so intelligent and that he had almost inspired me.

A reference to your interpretation of the famous Miss Silvani woman with a prominent, breezy, exuberant character profile, of which Ragionier Fantozzi – interpreted by Paolo Villaggio – had fallen in love. Has this character left traces on your personality and / or influenced future choices?

It is a character that has left its mark on others. I state that I never deny anything of what I did. I can say that it gave me notoriety. And for that I am grateful to Silvani and slammed her on stage during my show to tell a lonely, desperate and even a bit bitch woman.

When people stop me and say: “You are a myth” – perhaps they exaggerate – because a myth is Sofia Loren, not me. I can be a beautiful interpreter of myself and the characters I choose. When they tell me these words, they always refer to Miss Silvani. So when they ask me for autographs. Some people come to the theater, but most of them remind me of Miss Silvani. But as long as they ask me for photographs and the famous selfies showing affection it will always be good, when they won’t ask me again, it will mean that they will have forgotten me.

How do you live the memories? Do memories imply inner growth or are they places of memories faded by time?

I would like to cancel many memories completely, to deny them. But let’s imagine we climb a stairway of an ancient temple. These steps can be chipped, they can cause slipping, but it is always a ladder. We must learn to climb even on broken steps, because then we will find those intact that help to rise.

[a beautiful gift this metaphor]

You gave voice and soul to one of the most difficult characters in the history of the theater Cyrano de Bergerac, – pièce by Edmond Rostand – How important is talent and study in a character’s psychological introspection? Why did you choose this intense and extreme character?

Yes, it’s my buttonhole. We can say that if we combine talent with study we achieve an excellent result.

In my artistic life I have always privileged, beyond sex, characters who have given me great emotions. Cyrano could be a woman with a long nose. He loves but is not loved in return. Fight in a duel. He dies for love and for dueling with the sword. These are features that a woman could have. I am the only actress in the world who played Cyrano, which I chose because it gave me great emotions as I managed to convey them to the public.

My most important shows of my life were Cyrano and the show on Anna Magnani, Raccontare Nannarella.

Now I want to give you some news: I wrote the new comedy for the next theater season, a hymn to freedom, whose title is Belvedere. It is the twofold story of Santa, a fat, enormous lady who is me, who will be slipped into a kind of sarcophagus and an authentic trans-Cristina Bugatti. These two women represent the sense of freedom, they reflect their most hidden desires, wishes. They express the right – without disturbing or harming others – to live in freedom as they themselves desire, without being conditioned, in pure respect for themselves and others.

I hate judgments, as I hate those who are all good and beautiful when they detect your fault as if they had none.

Belvedere is the place chosen by this fat and enormous lady who is happy with her condition, but she is forced to live on a lookout of a building where she has rebuilt her world and meets a tranny who is about to kill herself. she manages to save her and from here the relationship between these two women is born. Comedy is a hymn to the freedom to be as you like.

Calvino said that it was necessary “to understand every person or thing in the world, the pain that each and every one has for their own incompleteness”. Could this be the key to defining the characters? What do you think about it considering that incompleteness is part of being human?

We can reconnect with the new comedy and add that Santa approaches the Baron Rampante forced to live on trees because he does not find his dimension on the ground. It’s Belvedere.

You made irony a reference lighthouse in the sometimes turbulent sea of ​​existence, with great intelligence and humility you redeemed yourself. Yours is an authentic inner beauty, sometimes lyrical. Today it seems that the inner beauty is a little subordinated to the external one.

Not only subordinate, but external beauty seems to have prevailed over inner beauty. But I have a very sweet envy of beautiful women. Every once in a year I think to myself: “but if I had been beautiful, perhaps I would have won before, would I have won more?” absolute. I think the priority is now given through social media, through the great brothers and the big sisters …

What do you think about social media?

When one discovers such a powerful means of relating to others, it must be exploited to the full. I think it’s a transition. Afterwards we understand that feeding one’s intimacy to others, even to intelligent people, is wrong. And it returns to its own dimension.

Charismatic, self-deprecating, now no longer in your thirties you impose yourself on the scene with unique harmony and agility. Do you have any secrets to reveal?

I always live with the feeling of being three hundred years ahead of me. I’m always making plans, writing, reading. Every now and then I am assailed by the terror of death, but I try to counter it with irony. I sleep little because the bed is one of the most dangerous places in the world because so many people die. Game about old age, after all there is this pain, this bewilderment. I can’t understand why I have to die, since I love being alive. I really like life. I love it very much and why do I have to die? I do not want to. In contrast to this horrible feeling I look for other more beautiful, more festive, more forward-looking, planning emotions. I love making plans, so I feel alive. And you will have seen a young woman on stage because I was doing the project to show the public that I was very good.

Calvino considered literature “a means of introducing order into chaos”, I approached it with the great potential of irony and comedy. Can we give this uniforming value to the comedy that aligns, levels? What value do you think?

Comedy is an emotion, like tragedy, what causes tragedy and comedy. They are emotions. One makes you laugh the other makes you cry but it always comes from inside.

“Every life is a sample of styles, – said Calvino – where everything can be continually re-mixed and rearranged in all possible ways.” But isn’t this the soul of the theater.   What suggestions could you give to kids who would like to study acting?

I would say let it go, or not start, because being an actor now, as I understand it, is very difficult: there are no longer large companies where you could learn; there is no money left to set up big companies, and managers and contractors choose artists.

For example, I proposed a show in which I was alone with two excellent musicians.

In your last show you refer to the femicide and the excruciating pain of the mother of Melania Rea. A strong message that affects the soul.

A rejection of the thought that they can kill a daughter. I am a mother and only with the idea … to think of talking about the mother of Melania Rea, before putting her in the Butcher’s, I said “I can’t give myself an answer”. And I continue “my God but if I were you”. I reject the idea that I am massacring my daughter and we all reject the idea of ​​accepting that the killers go unpunished.

What did your “actress’s suitcase” contain yesterday and what does it contain today?

All the changes I own, of which I am capable, all changes without customs. I open my suitcase and it seems that there is nothing, but I am there with all my desires to tell the various characters.

Will you return to Sardinia?

I hope to come back because such an affectionate audience is rare, which is worth meeting every year.

We too, from the editorial staff to the readers of Olbia.it hope to see you again soon on the island. And we thank you, dear Anna, because from this page you have continued to excite us, to smile and if even writing can create limits, lacking sound and visual signs, you have succeeded with the strength of your words in bringing out your beautiful soul . But were you really Cyrano !? We are waiting for you!

©Lycia Mele Ligios

Museo del Costume di Nuoro |Giovanni Antonio Sulas | Tra memoria culturale e innovazione

“L’arte è amore rivestito di bellezza”

G. Segantini

La Sardegna è sempre stata terra di persone creative che, nonostante  il limite dell’isola, inseguivano voli del pensiero oltre confine: desideri di veder realizzati i propri sogni.

Anche se ciò, accomuna tutti. Di fatto, non saremo umani, se non avessimo la facoltà di sognare, librarci in altre dimensioni, in libertà.

L’isola decantava fantasie, ma mordeva le ali, poiché non tutti riuscivano ad emergere nel panorama artistico, come avrebbero meritato. Sono ancora poche le persone che hanno tracciato svolte epocali, di cui si conservano memorie.

I fili labili della memoria, alle volte, si logorano ma come d’incanto si rinsaldano,  restituendoci il passato relegato ai confini del tempo, con una luce diversa, una comprensione più affine al nostro pensare, alle nostre ricerche e alla  consapevolezza di un evolversi. Ciò implica una storicizzazione di quello che è stato fatto, sotteso ad un’urgenza di recupero, di quel valore, memoria culturale, e definizione identitaria  che ci permette di distinguerci e riconoscerci come aderenti ad una collettività.

È proprio in questi giorni, l’ISRE – Museo del Costume di Nuoro, propone una mostra di un creativo “rivoluzionario” Giovanni Antonio Sulas: Dalla pittura al design per la moda, dal cinema agli arredi per Karim Aga Khan e Su Gologone”  in esposizione fino al 9 giugno 2019

Un uomo molto conosciuto che ultimamente sembrava fosse caduto nell’oblio, anche se, nella città di Nuoro, esiste una Fondazione  a suo nome, –  che lui stesso aveva costituito quando era in vita, – mostrando sensibilità e impegno nel sociale. 

La Fondazione assegna borse di studio a ragazzi con difficoltà economiche,  ma con ottimi voti scolastici,  permettendo loro di proseguire gli studi post-diploma e post-laurea.

Un uomo talentuoso, creativo, dotato di preveggenza che potremo definire “modernista” per quella sua capacità intrinseca che aveva manifestato nel rinnovare la tradizione e adattarla alla  contemporaneità.

66B6F9B9-46C6-4A58-AEA8-B6476A10EAEECourtesy of Museo del Costume ©ph. Mereu

Un artista con un raffinato senso estetico, che era riuscito a farsi apprezzare da un grande “talent scout” e scopritore di meraviglie S.A. Karim Aga Khan, attratto dalla bellezza delle sue creazioni semplici e lineari, dalle sfumature d’azzurro e dai bianchi candidi che illuminavano spazi e distendevano animi.

Ma oggi è doveroso ricordarlo in questa prima mostra museale, che vede esposti molti suoi lavori provenienti da collezioni private,  per aver conferito valore alle nostre tradizioni.  

Sulas con i suoi progetti era riuscito a definire e caratterizzare la nostra memoria culturale e potrebbe esser definito precursore del “Made in Sardinia”.

Infatti, con intuito e creatività, aveva valorizzato le nostre radici con innesti di contemporaneità conferendole identità culturale.

Lui disegnava, progettava e “instillava” quell’unicità ad oggetti che divenivano simboli culturali di sardità. Con sensibilità e originale linguaggio artistico, individuava segni del proprio tempo,  li  legava a culture o movimenti di moda o gusto internazionali, mostrando una rara capacità di elaborazione e sincretismo.

3B06B79F-FD97-4470-924C-592FBC5CA0C5Courtesy of Museo del Costume ©ph. Mereu

Un’identità accanto all’alterità che, come diceva lo storico Giovanni Lilliu, ci ha sempre contraddistinto. Infatti, nessuna dominazione straniera  – tra le tante subite – era riuscita a cancellare l’anima sarda generando un imprinting.

Sulas, inoltre, comprese quanto fosse importante unire i seguenti fattori:  creatività, cultura, territorio ed economia per un prodotto di qualità oltre che identitario. Tutti gli oggetti venivano realizzati in Sardegna da maestranze sarde. Così si dava supporto alle piccole economie locali.

Dal sottotitolo della mostra è intuibile la genialità creativa, la versatilità e la contaminazione culturale di questo artista, di origini nuoresi, da tutti chiamato Professore. Era nato nel 1911 da una famiglia semplice. Ma la spensieratezza della vita improvvisamente s’incrinò. Conobbe  il dolore  di quell’assenza che divenne ferita indelebile, data dalla morte della madre. La sua crescita avvenne sotto le amorevoli cure della nonna materna.

4217F015-D299-47BA-9A3C-61E4A22694BACourtesy of Museo del Costume ©ph. Mereu

A Roma fece le scuole superiori, il liceo artistico e l’Accademia di Belle Arti. Il richiamo dell’isola era talmente forte, che scelse di rientrare a Nuoro come insegnante di Educazione Artistica.  Unitamente all’insegnamento dipingeva e lavorava come interior  designer. Intanto veniva sempre più assorbito dai suoi interessi per la moda.  Studiava con una tenacia invidiabile, mosso da quel spiccato senso estetico insito nella sua anima, unito ad  una curiosità irrefrenabile e teso  verso realizzazioni  che, subordinate ai suoi progetti, riflettessero bellezza estetica, funzionalità e arte.

Quasi l’evolversi di un’idea colta in una distesa fiorita di riflessioni,  studi,  confronti con persone creative che frequentava e che aveva frequentato durante gli anni romani dell’Accademia.

DEE091ED-132E-4AF1-A0DF-C1FD94544299Courtesy of Museo del Costume ©ph. Mereu

Una svolta decisiva si ebbe nel 1950, quando il regista Augusto Genina, un cineasta allora in voga, lo contattò per curare ambienti, arredi, utensili e costumi del film “Edera”, tratto dal romanzo di Grazia Deledda. 

Esperienza che venne ripetuta nel 1958  nello sceneggiato edito dalla RAI  “Canne al vento” di Mario Landi, sempre della stessa Deledda, con Cosetta Greco e Franco Interlenghi.

Lavorò ad un’altro importante progetto, intorno al 1960, promosso dall’OECEOrganizzazione Europea per la Cooperazione Economica  “Progetto Sardegna” –  come consulente artistico nella creazione di linee, per lo sviluppo locale, orientate verso futuri scambi commerciali. Particolare attenzione meritano i disegni da lui creati presso vari centri di tessitura: Samugheo, Oliena, Santu Lussurgiu e altri. Qui ricordiamo le tomaie ricamate, dalle tessitrici e ricamatrici di Oliena, su suoi disegni per scarpe di lusso firmate da Ferragamo ed altre aziende prestigiose.

B07DD2D0-DBDF-4DD4-931E-0A11D5BCC01CCourtesy of Museo del Costume ©ph. Mereu

Il 1961 è un’altra data significativa per una collaborazione dell’artista con Giuseppe Palimodde, proprietario di un locale vicino Oliena in prossimità delle fonti di Su Gologone.

La struttura ebbe una nuova fisionomia, divenne un albergo-ristorante tra i più suggestivi della Provincia di Nuoro dove l’estetica, con riflessi  etnografici, sembrava coincidere con la bellezza della location e la selezione dei prodotti locali proposti nella ristorazione. 

Sulas  aveva progettato l’architettura e gli arredamenti con particolare attenzione ai dettagli. Un equilibrio sottile e armonico, tra tradizione e innovazione, dove l’oggetto realizzato – con rivisitazione di spazi e forme – aveva un suo significato, perché inserito in un contesto, dove la bellezza si percepiva in quanto viva, sfiorava e accarezzava i sensi.

La sardità era ispirazione intrecciata al presente e al suo estro creativo: armonizzava geometrie e faceva vibrare il colore.

Durante gli anni ‘60, nella parte nord-est della Sardegna, si stava sviluppando un turismo d’élite e la costa nei pressi di Arzachena era meta di artisti del jet set. Industriali e uomini facoltosi,  amavano la bellezza e la libertà di quel paradiso di acque cristalline, di spiagge selvagge e natura incontaminata, dai colori sfumati e profumi di cisto ed elicriso.  Luoghi dell’anima per riporre memorie.

Iniziava a sorgere la Costa Smeralda, tra grandi alberghi e ville, un progetto con finalità turistiche promosso da S.A. Karim Aga Khan che tra i suoi collaboratori coinvolse Sulas, interior designer, oltre ai celebri architetti del tempo Michele Busiri Vici, Luigi Vietti e  Jacques Couelle.

77BB8EB3-1BBF-4146-BDEC-08CB59FE84FACourtesy of Museo del Costume ©ph. Mereu

Il suo contributo fu fondamentale poiché scelse le linee stilistiche, alcune divenute simbolo, non solo della Costa Smeralda ma della Sardegna.  Impose che le lavorazioni venissero fatte esclusivamente in terra sarda da artigiani inseriti nel “Progetto Sardegna”.

Intanto continuava a dipingere paesaggi e nature morte, generi che amava e che mostravano un linguaggio pittorico di geometrie semplici, con suggestioni della pittura sarda e delle correnti artistiche del  periodo.

Troviamo opere figurative più vicine all’impressionismo,  come resa della sensazione visiva, meno folkloristiche, dove le pennellate sono veloci, il colore e i giochi di luce  sono dosati con raffinatezza ed armonia cromatica; in altre si colgono sfumature di modernità espressiva, senza contorni in cui lo spazio interagisce sul colore  teso verso un cenno di forma. Opere di preludio astratto, più soggettive, con violenti accenti cromatici, spazi evocativi in cui il colore esprime la forza della realtà che lo sguardo coglie, un po’ come rapire l’anima delle cose.

202A1D31-0176-4CBA-AB1A-67584B0F7870Courtesy of Museo del Costume ©ph. Mereu

Ogni sua inclinazione alludeva ad un essere infaticabile, a cui la vita aveva sottratto ma aveva donato quella forza interiore, che dilatava cose e cedeva rinascite. Distacco che dava risalto a quell’interiorità, quale luogo di idee in libertà,  spazio necessario per creare.

Riuscì a vivere il suo sogno con la sua costante ricerca, come lui stesso diceva: «un’arte di equilibrio, di purezza, di tranquillità […] il risultato di tanti momenti d’amore, la realizzazione di cose belle».

Da queste parole si evince il fine che perseguì per l’intera  vita, realizzare solo “cose belle”. Ogni istante creativo veniva da lui considerato un atto d’amore.

Era innamorato della vita e di quella forza insita in ognuno di noi, che soggiace al nostro vivere in cammino, che  avvicinandoci al trascendente racchiude il senso del nostro es[i]s[t]ere. 

©️Lycia Mele Ligios 

ad9af13d-0b8c-4c1c-9933-e8c78b2337eb.jpegCourtesy of Museo del Costume ©ph. Mereu

(pubblicato su Olbia.it 15 Maggio 2019)

A Nuoro per ISREAL 2019, il regista vincitore del David di Donatello, ROBERTO MINERVINI

 

In questi giorni a Nuoro,  l’ISRE – Istituto Superiore Regionale Etnografico con il suo direttore artistico Alessandro Stellino –  promuove in collaborazione con SIEFF – Sardinia International Ethnographic Film Festival – ed insieme ai contributi della Fondazione Sardegna Film Commission e della Fondazione Sardegna la quarta edizione di un importante rassegna di docu-film di autore ISREAL – Festival di cinema del reale che ha come tema: sguardi sul Mediterraneo.

All’Auditorium Giovanni Lilliu fino al 12 maggio saranno proiettati circa una trentina di film, opere realizzate nell’area del bacino del Mediterraneo, di cui 9 film – che participano al concorso legato all’evento –  rappresentano le nostre tradizioni e le trasformazioni sociali, un presente contemporaneo con percorsi evolutivi indissolubili dalla nostra identità.

Non ci si focalizza solo sulla Sardegna o sull’Europa, ma con un più ampio respiro, si volge lo sguardo anche all’altra parte del mondo. 

E con la presenza di Roberto Minervini, pluripremiato regista, vincitore del David di Donatello (2014) si guarda agli Stati Uniti, che attualmente con la presidenza di Trump vivono un clima di incessanti cambiamenti socio-economici con una recrudescenza dei fenomeni razziali.

 

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La città di Nuoro propone questo festival in cui si riafferma il principio posto nello statuto dell’ISRE ovvero quello di creare ponti, abbattere barriere, al fine di costruire e condividere conoscenze, nuovi sguardi orientati verso una crescita di consapevolezza etica, verso  un  futuro credibile, migliore.

Sul sito IsReal è possibile scaricare il programma e l’interessante catalogo.

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English Version

In these days in Nuoro the ISRE – Regional Ethnographic Higher Institute  with its artistic director Alessandro Stellino – promotes in collaboration with SIEFF – Sardinia International Ethnographic Film Festival – and the contributions of the Sardinia Film Commission Foundation and the Sardinia Foundation the fourth edition of an important review of docu-films  IsReal  – Film festival of the real which has as its theme: looks on the Mediterranean.

At the Giovanni Lilliu Auditorium until May 12, around thirty films will be screened, works created in the Mediterranean area, of which 9 films – which participate in the contest linked to the event – represent our traditions and social transformations, a contemporary present with indissoluble evolutionary paths from our identity.

We don’t just focus on Sardinia or Europe, but with a broader focus, we also look to the other side of the world. And with the presence of Roberto Minervini, award-winning director, winner of the David di Donatello (2014), the United States is looked at, which currently with the presidency of Trump live a climate of incessant socio-economic changes with a resurgence of racial phenomena.

Nuoro’s city proposes this festival which reaffirms the principle set in the statute of the ISRE: to create bridges, break down barriers in order to build and share knowledge, new looks oriented towards an increase in ethical awareness, towards a  credible and better future.

On the site it is possible to download the interesting and curated catalog and the program of the days.

Tra arte e vita: il valore della condivisione nella nuova mostra di Maria Lai “Pane Quotidiano”ad Ulassai

Nel cuore dell’Ogliastra, ad Ulassai, un paesino inserito in un contesto geomorfologico suggestivo per le montagne di calcare definite “tacchi”, che sembrano sfiorare cieli infiniti, è stata inaugurata nella Stazione dell’Arte, la mostra “Maria Lai. Pane quotidiano” che sarà in esposizione fino al 9 Giugno 2019. 

 

Curata dal direttore dell’istituzione museale, Davide Mariani, in collaborazione con: l’Archivio Maria Lai, il patrocinio del Comune di Ulassai, della Regione Autonoma della Sardegna e della Fondazione di Sardegna – su progetto grafico di Alberto Paba e produzione allestimento di Agave, Charactere – la mostra ripropone un tema caro all’artista: l’arte del fare il pane, su cui si indaga da un duplice punto di vista materico e simbolico come metafora della creatività e del vivere. 

«La mia prima accademia – diceva Maria Lai – l’ho frequentata con le donne che facevano il pane a casa mia. Era bellissimo» enfatizzando l’importanza della condivisione di un aspetto culturale da cui trarre ispirazione. La sua attenzione verso la potenzialità della forma e verso la gestualità rimanda a ″visioni mitiche caratterizzate da una profonda ritualità e da un forte senso del mistero″: «ogni porzione di pasta si trasforma in modo imprevedibile come seguendo una propria legge interna alla materia. Questo suo farsi da sé è stato il grande fascino del pane». 

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Brochure della mostra personale alla Galleria dell’Obelisco a Roma, 1957

In mostra sono presenti circa una trentina di opere, alcune inedite: i primi disegni della metà degli anni ′40 esposti nella sua prima personale a Roma alla Galleria dell’Obelisco (1957); le opere presentate nel 1977 alla Galleria del Brandale di Savona nella mostra “I pani di Maria Lai”, a cura di Mirella Bentivoglio;  arte pubblica e installazioni degli anni Novanta e Duemila, come “La strada del rito”, intervento ambientale realizzato nel 1992 a Ulassai sul tema della moltiplicazione dei pani e dei pesci, l’installazione di una serie di “Pani” in ceramica (1999) in un antico forno in disuso a Castelnuovo di Farfa e “Invito a tavola” (2004), opera realizzata per la rassegna “Pitti Immagine Casa” a Firenze una tavola imbandita con pani e libri in terracotta, poiché «ogni opera d’arte deve diventare pane da offrire a una mensa comune».

Oltre alle opere esposte vi sono scatti che mutano i ricordi in presenza, realizzati da alcuni fotografi – parenti e amici – che hanno frequentato l’artista come il nipote Virgilio Lai, Paola Pusceddu, – che a casa di Maria Lai ha ritratto le donne di Ulassai mentre lavorano il pane per le feste – e Marianne Sin-Pfältzer, sua grande amica tedesca e famosa fotografa, innamorata della Sardegna e delle nostre tradizioni. 

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Maria Pietra 1993 | Courtesy Archivio Maria Lai

È presente anche un video, realizzato dal regista multimediale Francesco Casu, in cui Maria Lai legge Cuore mio” di Salvatore Cambosu (“Miele Amaro“, Vallecchi editore, Firenze, 1954). La storia di Maria Pietra, artigiana del pane, che pur di salvare il proprio figlio dalla morte accetta di farsi trasformare in pietra. Tematica che riprenderà in alcune opere come nella scultura “Maria Pietra” (1993, collezione Stazione dell’Arte), e rimanda alle sue riflessioni sull’arte che l’artista descrive ne La pietra e la paura” (Arte Duchamp, Cagliari, 2006), dove in una conversazione con Federica Di Castro, Maria Lai delinea le immagini metaforiche evocate dal testo narrativo. Così “Maria Pietra” raffigurava l’artista, “la paura” la creatività, “la pietra” l’arte,”il bambino” il malessere del mondo.

La Stazione dell’Arte ri/propone con raffinate concettualizzazioni l’eredità di una grande artista – non solo dotata di talento ma capace di empatia – che è riuscita a tradurre attraverso i suoi linguaggi espressivi semplici ed essenziali, importanti valori umani – quali l’urgenza della condivisione, la relazione, la creatività e ancora la dignità, il coraggio, – con rimandi al mito e alle tradizioni dell’isola: una peintre-philosophe come l’avrebbero definita i francesi.

Oggi un immancabile richiamo alla ricerca di nuovi significati, echi di memorie, dal piccolo museo a due passi dal cielo. 

“L’arte ci fa sentire più uniti, senza questo, non siamo esseri umani”. Maria Lai

©lyciameleligios

English Version

In the heart of Ogliastra, in Ulassai, a small town set in a suggestive geomorphological context for the limestone mountains defined as “heels”, which seem to touch endless skies, was inaugurated in the Stazione dell’Arte, – Museum of Contemporary Art – the exhibition “Maria Lai. Pane quotidiano” (Daily bread) which will be on display until 9 June 2019.

Edited by the director of the museum institution, Davide Mariani, in collaboration with: the Maria Lai Archive, the patronage of the Municipality of Ulassai, the Autonomous Region of Sardinia and the Foundation of Sardinia – based on a graphic design by Alberto Paba and production preparation of Agave, Charactere – the exhibition proposes a theme dear to Maria Lai: the art of making bread, on which she investigates from a twofold point of view, material and symbolic, as a metaphor for creativity and living.

«My first academy – said Maria Lai – I attended with women who made bread at my house. It was beautiful” emphasizing the importance of sharing a cultural aspect from which to draw inspiration. Her attention to the potential form and gesture refers to a sort of lyrical, introspective realism.

“Every portion of pasta – she said – is transformed in an unpredictable way, as if following an internal law of matter. This self-making was the great charm of bread “.

On display there are about thirty works, some of them unpublished: the first drawings of the mid 40s exhibited in her first solo-show in Rome at the Galleria dell’Obelisco (1957); the works presented in 1977 at the Brandale Gallery in Savona in the exhibition “I pani di Maria Lai”, curated by Mirella Bentivoglio; installations of the 1990s and 2000s, such as “La strada del rito”, an environmental intervention carried out in 1992 in Ulassai on the subject of the multiplication of bread and fish, the installation of a series of ceramic “Pani” (1999) in an antique disused oven in Castelnuovo di Farfa and “Invito a tavola” (2004), a work created for the exhibition “Pitti Immagine Casa” in Florence, a table laden with terracotta breads and books, because “every work of art must become bread for offer to a common canteen “.

In addition to the works on display there are photographs that change the memories in the presence, made by some photographers – relatives and friends – who attended the artist as their nephew Virgilio Lai, Paola Pusceddu, – who at Maria Lai’s home portrayed the women of Ulassai while working the bread for the holidays – and Marianne Sin-Pfältzer, her great German friend, a regular visitor to the Lai home and famous photographer, in love with Sardinia and our traditions.

There is also a video, made by the multimedia director Francesco Casu, in which Maria Lai reads “Cuore mio” by Salvatore Cambosu (“Miele Amaro”, Vallecchi publisher, Florence, 1954). The story of Maria Pietra, a bread artisan who, in order to save her own son from death, accepts to be transformed into stone. A theme that will resume in some works such as the sculpture “Maria Pietra” (1993, Stazione dell’Arte collection), and refers to her reflections on the art that the artist describes in “Stone and fear” (Arte Duchamp, Cagliari , 2006), where in a conversation with Federica Di Castro, Maria Lai outlines the metaphorical images evoked by the narrative text. Thus “Maria Pietra” depicted the artist, “fear” creativity, “stone” art, “the child” the malaise of the world.

With refined conceptualizations, the Stazione dell’Arte proposes the legacy of a great artist – not only talented but capable of empathy – who has managed to translate important human values ​​through her simple and essential expressive languages: the urgency of sharing, relationship, creativity and still dignity, courage, with references to the myth and traditions of the island: a “peintre-philosophe” as the French would have defined it.

Today an inevitable appeal, which we must seize, the legacy left to us by a great artist, in search of new meanings, echoes of atavistic memories, from the small museum a stone’s throw from the sky.

“Art makes us feel more united, without this, we are not human beings”. Maria Lai

©lyciameleligios

Giornate DOMOS DE SONU| Nasce ISRE MUSICA|Nuove collaborazioni con l’Archivio Musicale “Mario Cervo” Olbia

L’Istituto Superiore Regionale Etnografico presenterà la sua divisione musicale, ISRE MUSICA  insieme all’Archivio Labimus dell’Università degli Studi di Cagliari nella conferenza DOMOS DE SONU del 2 e 3 maggio. Il dipartimento di archiviazione sonora – ISRE MUSICA – si occuperà dello studio, della valorizzazione, la tutela e la promozione del patrimonio musicale sardo. Il progetto per una divisione musicale dell’Istituto Superiore Regionale Etnografico abbraccia le musiche della Sardegna attraverso questo nuovo marchio, a cui verranno attribuiti compiti e criteri di controllo, promozione e valorizzazione, come la creazione e gestione di un archivio sonoro ISRE e la collaborazione con l’Archivio Mario Cervo di Olbia, o ancora l’attività editoriale, relativa alla pubblicazione di dischi e di libri dedicati alla musica in Sardegna nel mondo contemporaneo, e l’istituzione di partnership durature con le associazioni di musicisti tradizionali della Sardegna.

Durante le conferenze si parlerà  di archivi sonori e digital humanities, facendo il punto della situazione per ciò che concerne la Sardegna e confrontandosi con esperienze nazionali ed internazionali come quelle della Humboldt-Universität zu Berlin, o della Fondazione Archivio Luigi Nono.

L’evento vedrà la presentazione ufficiale di due importanti progetti di archiviazione musicale in Sardegna, legati all’Università di Cagliari e all’Istituto Superiore Regionale Etnografico. Sarà inoltre presentato, durante la giornata nuorese, il progetto ISRE MUSICA, la divisione musicale di ISRE.

Tra gli eventi la presentazione del libro/CD Le Voci Ritrovate, alla presenza dell’autore Ignazio Macchiarella e degli studiosi Britta Lange e Sebastiano Pilosu, organizzata in collaborazione con l’Archivio “Mario Cervo” di Olbia. Il volume è di importanza storica per la Sardegna, poiché rappresenta la prima registrazione di musica di tradizione orale dell’isola mai effettuata.

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Il Volume – con CD allegati – Le Voci Ritrovate, curato dal professor Ignazio Macchiarella (Università di Cagliari) ed Emilio Tamburini (Humboldt-Universität zu Berlin) e dedicato al ritrovamento di uno speciale corpus di registrazioni di prigioneri di guerra italiani durante il periodo della Grande Guerra.

Le registrazioni, realizzate dalla tedesca Phonographische Kommission, hanno permesso la realizzazione di un volume di più di 300 pagine, arricchito da quattro compact disc contenenti le voci di quarantadue militari italiani. Tre sono i prigionieri sardi registrati: Giuseppe Loddo da Fonni, Enrico Spiga di Monserrato e Gustavo Varsi di Cagliari. Le loro testimonianze sonore, comprendenti tra l’altro interpretazioni sconosciute di modelli esecutivi noti e diffusi ancora oggi, hanno uno speciale risalto storico per gli studi linguistici e sulla musica di tradizione orale nell’Isola.

English Version

The ISRE – Istituto Regionale Superiore Etnografico will present its musical division, ISRE MUSICA together with Labimus of the University of Cagliari in the DOMOS DE SONU conference on 2 and 3 May. The sound archiving department – ISRE MUSICA – will take care of the study, enhancement, protection and promotion of Sardinian musical heritage. The project for a musical division of the Regional Higher Ethnographic Institute embraces the music of Sardinia through this new brand, which will be assigned tasks and criteria for control, promotion and enhancement, such as the creation and management of  ISRE sound archive and collaboration with the “Mario Cervo” Archive of Olbia, or the publishing activity, related to the publication of records and books dedicated to music in Sardinia in contemporary world and the establishment of long-lasting partnerships with the associations of traditional musicians of Sardinia.

During the conferences we will talk about sound archives and digital humanities, taking stock of the situation as regards Sardinia and dealing with national and international experiences such as those of the Humboldt-Universität zu Berlin or of the Luigi Nono Archive Foundation.

The event will see the official presentation of two important music archiving projects in Sardinia, linked to the University of Cagliari and the Regional Higher Ethnographic Institute. The ISRE MUSICA project, the musical division of ISRE, will also be presented during the Nuorese day.

Among the events the presentation of the book / CD Le Voci Ritrovate, in the presence of the author Ignazio Macchiarella and of the scholars Britta Lange and Sebastiano Pilosu, organized in collaboration with the Archive “Mario Cervo” of Olbia. The volume is of historical importance for Sardinia, as it represents the first recording of oral tradition music on the island ever made.

The book – with attached CDs – Le Voci Ritrovate, edited by Professor Ignazio Macchiarella (University of Cagliari) and Emilio Tamburini (Humboldt-Universität zu Berlin) and dedicated to the discovery of a special corpus of Italian prisoners of war records during the period of Great War.

The recordings, made by the German Phonographische Kommission, allowed the creation of a volume of more than 300 pages, enriched by four compact discs containing the voices of forty-two Italian soldiers. There are three Sardinian prisoners registered: Giuseppe Loddo from Fonni, Enrico Spiga from Monserrato and Gustavo Varsi from Cagliari. Their sound testimonies, including among other things unknown interpretations of well-known and widespread executive models, have a special historical prominence for linguistic studies and oral tradition music on the Island.

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Giovedì 2 maggio, Ore 16:00
Università degli Studi di Cagliari
Aula Magna Motzo, Facoltà di Studi Umanistici
Via Is Mirrionis, Cagliari

Ignazio Macchiarella, Università di Cagliari
Saluti istituzionali, introduzione dei lavori

Diego Pani, Istituto Superiore Regionale Etnografico
Un patrimonio di suoni: il progetto del nuovo archivio sonoro ISRE

Giampaolo Salice, Università di Cagliari
Per un centro per l’umanistica digitale dell’Università di Cagliari

Eleonora Todde, Università di Cagliari
Riflessioni sull’archiviazione del sonoro: il caso dell’Archivio Sonoro Demo-Antropologico Luisa Orru

Marco Lutzu, Università di Cagliari
L’archivio Labimus dell’Università di Cagliari

Britta Lange, Humboldt-Universität zu Berlin
Le registrazioni sonore nei campi di prigionia tedeschi durante la prima guerra mondiale

Claudia Vincis, Fondazione Archivio Luigi Nono
Interventi di tutela e valorizzazione dei nastri magnetici di Luigi Nono: 2015-2020
___________________

Venerdì 3 maggio, Ore 10:00,
ISRE Istituto Superiore Regionale Etnografico, Nuoro
Biblioteca ISRE
Via Michele Papandrea 6, Nuoro

Giuseppe Matteo Pirisi, Presidente dell’ISRE
Saluti istituzionali, introduzione dei lavori

Antonio Deias, Direttore tecnico scientifico dell’ISRE
I sistemi catalografici all’ISRE fra documentazione e informazione

Diego Pani, Istituto Superiore Regionale Etnografico
Il progetto ISRE MUSICA

Britta Lange, Humboldt-Universität zu Berlin
Lavorare con gli archivi sonori. Tecniche, specificità e problemi metodologici

Ignazio Macchiarella, Università di Cagliari
Archivi sonori: a che pro?
___________________

Venerdì 3 maggio, 18:30
Archivio Mario Cervo Olbia
Biblioteca Multimediale Simpliciana
Piazzetta Dionigi Panedda 3, Olbia

Presentazione del Volume+CD Le Voci Ritrovate, di Ignazio Macchiarella ed Emilio Tamburini

Interventi di:
Ignazio Macchiarella
Britta Lange
Bustianu Pilosu

Ascolto guidato dei documenti audio inclusi nell’opera
Modera l’incontro Diego Pani

 

(fonte ISRE)

 

Al MAN di Nuoro “Personnages” prima mostra in Italia di Maliheh Afnan

“La memoria non è un cassetto dove giacciono, come oggetti già definiti e noti, i nostri ricordi. Piuttosto, si infiltra nelle pieghe del nostro tempo, contamina la nostra percezione attuale…” Questa frase di Massimo Recalcati racchiude l’essenza dell’opera artistica di una pittrice palestinese – in mostra fino al 9 giugno al Museo MAN di NuoroMaliheh Afnan, pittrice molto apprezzata nel panorama artistico internazionale, presente in alcune collezioni importanti – tra cui il Metropolitan Museum di New York e il British Museum di Londra, – e per la prima volta una sua mostra in Italia.

Nata a Haifa nel 1935, da genitori persiani di fede bahá’í.  Ancora adolescente conobbe il dramma di una vita diasporica per motivi religiosi e politici.  Inizialmente con la sua famiglia si trasferì a Beirut dove si laureò presso l’Università Americana. Nel 1956 andò in America, a Washington DC dove conseguì nel 1962 un MA in Belle Arti presso la Corcoran School of Art. Ritornata in Medio Oriente per circa una decina di anni, nel 1974  si trasferirà  prima a Parigi e poi Londra, dove morì nel 2016.

DSC_7837What Remains, 2014 (particular); mixed media installation – ph. ©Lycia Mele Ligios

Maliheh Afnan è un’artista che trovò ispirazione dalla tragedia della diaspora e il conseguente dolore – per aver abbandonato la sua terra natia, colpita da una guerra che sembrava non aver fine, − facendo confluire il suo vissuto drammatico nelle opere. La pittura le permise di ricollocarsi nel fluire del tempo, dopo aver assimilato e interiorizzato il suo dramma.

Gli oggetti che era riuscita a salvare divennero finestre di memoria, “sculture” parlanti segnate dal dolore. Ed ecco i vecchi libri degli avi conservati come reliquie in “What Remains” − “luoghi” del tempo e dei ricordi − dai quali trarre forza per dare un senso al domani e ritrovare quella dimensione artistica che le infondeva gioia di vivere, serenità. “Vengo da un luogo dove ci sono reliquie di antiche civiltà, – disse in un’intervista del 2014 – sia che si tratti del Libano o della Palestina. È inevitabile che in qualche  modo io sia attratta da questo genere di cose”. Da un lato la sua indagine espliciterà ataviche tradizioni mediorientali, dall’altro darà consistenza al suo vissuto con un linguaggio vicino all’espressionismo astratto, con pochi accordi cromatici come le terre, il bianco e il nero, con una tensione più spirituale, intimista. In alcune opere il colore viene “graffiato”, asportato con gestualità inconscia, appare stratificato e in alcune zone mancante quasi ad esprimere quella sofferenza subìta che si vorrebbe sradicare ma che è impossibile, perché è pensiero ubicato in quello spazio di eterna contemporaneità.

DSC_7841Contained Thoughts, 2000 (particular) (8 works) ph. ©Lycia Mele Ligios

L’urgenza di custodire la memoria è riposta in questo assemblage Contained Thoughts”(2000): i suoi lavori arrotolati e legati con uno spago, dove si allude alla transitorietà e al desiderio di salvare dall’oblìo oggetti personali di grande valore affettivo. Il vuoto al lato dei disegni sembra enfatizzare “ferite” che non si suturano e/o spazi per trattenere  pens/ieri. Una “scultura” modulare con le superfici arrotondate e dislivelli, a dimostrazione che la precarietà della vita diviene radice dell’esistenza umana.

Le persone che conobbero Maliheh Afnan la ricordano come una donna ironica, saggia e molto elegante con una casa ben curata in cui si respirava un’aria esotica. Non amava esser definita “artista mediorientale” e neppure “artista donna”.

In verità le definizioni creano solo gabbie, sovrastrutture che vincolano. Sono “confini”. Anche il suo linguaggio artistico, che spaziava tra vari generi, figurativo, astratto e informale, induce a pensare ad una sorta di indipendenza del suo modo di esprimersi.

E906F4EB-B9E9-4CF0-8AA3-6E5C36314324Wartorn 1979 – Courtesy Lawrie Shabibi Gallery

Innegabili echi di Alberto Burri (1915-1995) e il suo informale materico come in “Wartorn” (1979)  e Silent Witness (1979) in cui l’artista utilizza del cartone che brucia con una fiamma, – come Burri aveva fatto con i sacchi di iuta e con il legno – dove sembra trasporre la sua sofferenza e la sua angoscia,  il fuoco della guerra che divora le case, i bagliori delle armi che sparano. Ciò che un tempo esisteva, ora è solo memoria. Ma la distruzione richiama la vita e diventa urlo, espresso con accordi cromatici che riflettono luce. L’urgenza di essere testimone nel silenzio assordante dei ricordi. 

0AE06D20-9E9C-4A2B-9BDF-5808264BA5F2Silent Witness 1979 – Courtesy Lawrie Shabibi Gallery

Le opere figurative sono “personaggi” o meglio “figure” definite da segni che affiorano da luoghi di memoria senza preciso ordine, subordinati al ricordo di un’umanità incontrata negli anni, concentrata più sulla diversità che sull’omologazione.  Maliheh Afnan lavorava sui volti per giungere ad esprimere quell’unicum presente in ogni essere, ovvero l’anima. Voleva definire un “denominatore comune”, la preziosa unicità che sta alla base del genere umano che rende diversi seppur simili.

DSC_7839Sam, 1990 (particular) – ph. Lycia Mele Ligios

In alcuni volti affiora una delicata sfumatura caricaturale, quasi ad  enfatizzare elementi fisionomici ad esempio occhi piccoli e ravvicinati, oppure bocca piccolissima, leggermente segnata,  su teste in apparenza deformi. Un inconscio evocare il carattere del personaggio ritratto? Figure atemporali, strutture di memorie, tracce di esistenze “confuse” nel marasma del ricordo.

Aveva sviluppato un grande senso d’ironia, che le permetteva di sdrammatizzare e focalizzarsi su elementi che avrebbero suscitato ilarità, mostrando così la sua acuta intelligenza e fantasia e attribuendo valore alla semplicità.

Certi disegni mostrano dei volti stilizzati in assenza di prospettiva, come se – visti dall’alto – fossero elementi di una carta topografica dove non sono presenti particolari ma solo contorni del volto, uniti dal filo sottile dell’uguaglianza. Sembrano non esserci differenze sostanziali. La scelta di metterli vicini, uno accanto all’altro, sintetizza il concetto di fratellanza e umanità presente nei principi fondanti della sua fede Bahá’í in cui viene a superarsi il concetto di razza oltre quello di classe sociale.

DSC_7844Nuchis 1985 – (particular) – ph. ©Lycia Mele Ligios

Dall’indefinito che supporta l’uguaglianza al definito che sfiora il lirismo per intensità: il ripetuto scrivere il nome di un luogo che le era caro in una sua opera, “Nuchis” . L’artista amava la Sardegna: vi si era recata in vacanza insieme alla figlia ed era rimasta affascinata da un piccola frazione di 400 anime, nei pressi di Tempio Pausania, Nuchis, in Gallura. Un grazioso paesino, ai piedi del Monte Limbara, con piccole case realizzate con blocchi di granito e immancabili gerani nei balconi, immerso nel verde brillante, sfumato in una miriade di tonalità della campagna gallurese. Quei luoghi s’impressero nell’anima di Maliheh Afnan. Si erano “incollati” addosso e non voleva dimenticarli per quel senso di benessere che le infondevano. Al rientro dipinse un quadro astratto su campitura terra d’ombra bruciata con leggeri punti cromatici rosso cupo – forse cinabro – su cui attaccò tanti piccoli pezzi di scotch che colorò  e su cui scrisse in vari punti la parola Nuchis, quasi volesse attaccare o incollare alla sua anima la bellezza e le emozioni provate in quel piccolo pezzo di paradiso. Luogo che le aveva trasmesso serenità interiore e momentaneamente allontanato dai suoi ricordi, le sofferenze del passato.

dsc_7868-e1555522109126.jpgThe visitor, 1992 – Photo ©Lycia Mele Ligios

La tensione all’uguaglianza è quasi un grido “graffiante” nelle sue opere, dove i pensieri si traducono in espressione artistica con stesure di colore più aggressive  e dense, oppure più trasparenti e delicate. Come in quei ritratti dove con difficoltà s’intravvedono le figure dei visi dispersi in un colore che assorbe, in cui i lineamenti si disperdono nello spazio della tela. Volti in cui l’indefinito diventa la piega dell’anima ancorata a corpi, dalle tonalità  calde, origini di terra bruciata e forse dolore. Si intravvede uno studio, una ricerca teleologica – come avrebbe detto l’intellettuale e politico italiano Luigi Sturzo – di una coscienza che tende ad attenuare le sopravvalutazioni nazionali per dar luogo ad un sentimento di maggiore comunione tra i popoli”.

I significati di questa pittrice sono di una contemporaneità che sorprende, se pensiamo al clima sociale presente attualmente in Italia come la recrudescenza della xenofobia e del razzismo.

Innegabili gli influssi dei linguaggi artistici del periodo in cui visse e lavorò − espressionismo astratto, astrattismo, arte informale − che esprimono il vibrante ed energico clima culturale europeo e americano del tempo, ma che possiamo dire Maliheh Afnan li abbia filtrati, esprimendo con un linguaggio espressivo originale  le sue tensioni, le sue sofferenze, i suoi ricordi.  Indagini che scandagliano significati di grande valore come la libertà, l’umanità, l’uguaglianza. Ma alla fine, attraverso gli occhi dei vari “Personnages” che ci guardano, sembra porci una famosa domanda di Socrate:  “Che cos’è dunque l’uomo?”. Lascio a voi la risposta.

©Lycia Mele Ligios

MAN | Museo d’Arte Provincia di Nuoro

Via Sebastiano Satta 27, Nuoro

http://www.museoman.it | info@museoman.it T. +39 0784 252110


English Version

“Memory is not a drawer where our memories lie, as objects already defined and known. Rather, it infiltrates the folds of our time, contaminates our current perception … “This phrase by Massimo Recalcati contains the essence of the artistic work of a Palestinian painter – on display until June 9 at the MAN Museum of NuoroMaliheh Afnan, a very appreciated painter in the international art scene, present in some important collections – including the Metropolitan Museum of New York and the British Museum in London, – and for the first time on display in Italy.

Born in Haifa in 1935, from Persian parents of Bahá’í faith. While still a teenager, he experienced the drama of a diasporic life for religious and political reasons. Initially with his family he moved to Beirut where he graduated from the American University. In 1956 he went to America, to Washington DC where he obtained in 1962 an MA in Fine Arts at the Corcoran School of Art. Returning to the Middle East for about ten years, in 1974 he moved first to Paris and then London, where he died in 2016.

Maliheh Afnan is an artist who found inspiration for her art from the tragedy of the diaspora and the consequent pain – for having abandoned her homeland, struck by a war that seems to have no end, – bringing her dramatic experience into the works . Painting allowed her to relocate herself in the flow of time, after having assimilated and internalized her drama. The objects she had managed to save became windows of memory, talking “sculptures” marked by pain. And here are the old books of the ancestors preserved as relics – places of time and memories – from which to draw strength to make sense of tomorrow and rediscover that artistic dimension that gave it joy of life, serenity. “I come from a place where there are relics of ancient civilizations, – she said in a 2014 interview – whether it is Lebanon or Palestine. It is inevitable that somehow I will be attracted to this kind of thing”. On the one hand, her research will explain ancestral Middle Eastern traditions, on the other hand she will give consistency to her lived with a language close to abstract expressionism, with few chromatic chords such as “lands”, white and black, with a more spiritual, intimate tension . In some works the color is “scratched”, removed with unconscious gestures, it appears stratified and in some areas is missing almost to express the suffering suffered that one would like to eradicate but that is impossible, because it is thought placed in that space of eternal contemporaneity.

The urgency to preserve the memory is placed in this “Contained Thoughts” assemblage: her works are rolled up and tied with a string, which alludes to the transience and the desire to save personal objects of great emotional value from oblivion. The emptiness at the side of the drawings seems to emphasize “wounds” that do not suture and/or spaces to hold thoughts/yesterday. A modular “sculpture” with rounded surfaces and differences in height, demonstrating that the precariousness of life becomes the root of human existence.

The people who knew Maliheh Afnan remember her as an ironic, wise and very elegant woman with a well-kept home where one breathes an exotic air. she didn’t like to be called a “Middle Eastern artist” or even a “woman artist”.

In truth the definitions only create cages, superstructures that bind. They are “borders”. Even her artistic language, which ranged between various genres, figurative, abstract and informal, leads us to think of a sort of independence of her way of expressing herself.

Undeniable echoes by Alberto Burri (1915) and his informal material as in “Wartorn” (1979) and “Silent Witness” (1979) in which the artist uses cardboard that burns with a flame, – as Burri had done with sacks of jute – where his suffering and anguish seems to transpose, the fire of war that devours houses, the flashes of firing weapons. What once existed is now only memory. But destruction recalls life and becomes a scream, expressed with chromatic accords that reflect light. The urgency to be a witness in the deafening silence of memories.

The figurative works are “characters” or rather “figures” defined by signs that emerge from places of memory without precise order, subordinated to the memory of a humanity encountered over the years, focused more on diversity than on homologation. Maliheh Afnan worked on faces to come to express that unicum present in every being, or the soul. She wanted to define a “common denominator”, the precious uniqueness that underlies the human race that makes it different but similar.

In some faces a delicate caricature tinge emerges, as if to emphasize physiognomic elements, for example small and close eyes, or a very small mouth, slightly marked, on apparently deformed heads. An unconscious evoke the character of the portrayed character? Timeless figures, memory structures, traces of “confused” existences in the chaos of memory.

She had developed a great sense of irony, which allowed her to play down and focus on elements that would arouse laughter, thus showing her acute intelligence and imagination and attributing value to simplicity.

Some drawings show stylized faces in the absence of perspective, as if – viewed from above – they were elements of a topographic map where there are no details but only contours of the face, united by the thin thread of equality. There seem to be no substantial differences. The choice to put them close, one next to the other, summarizes the concept of brotherhood and humanity present in the founding principles of her Bahá’í faith in which the concept of race beyond that of social class is overcome.

From the indefinite that supports the equality to the defined that touches the lyricism by intensity: the repeated write the name of a place that was dear to her in one of her works, “Nuchis”.

The artist loved Sardinia. She had gone on holiday with her daughter and was fascinated by a small fraction of 400 souls, near Tempio Pausania, Nuchis, in Gallura. A pretty village, at the foot of Mount Limbara, with small houses built with granite blocks and inevitable geraniums in the balconies, immersed in brilliant green with a myriad of shades of the Gallura countryside. Those places were impressed in the soul of Maliheh Afnan. They had “stuck” on her and she did not want to forget them for that sense of well-being that infused her.

On the way back, she painted an abstract painting on a shaded umber field with light chromatic dots dark red – perhaps cinnabar – on which she attached many small pieces of scotch which she colored and on which she wrote the word Nuchis in various places, as if she wanted to stick or paste to her soul the beauty and emotions felt in that little piece of paradise. Place that had transmitted interior serenity and momentarily distanced herself from its memories, the sufferings of the past.

The tension towards equality is almost a “scathing” cry in her works, where thoughts are translated into artistic expression with more aggressive intense or dense colors, or more transparent and delicate. As in those portraits where the figures of the faces dispersed in an absorbing color can be glimpsed with difficulty, in which the features are dispersed in the space of the canvas. Faces in which the indefinite becomes the fold of the soul anchored to bodies, with warm tones, origins of scorched earth and perhaps pain. A study can be glimpsed, a teleological research – as Italian intellectual and politician Luigi Sturzo would have said – of a conscience that “tends to attenuate national “overvaluations” to give rise to a feeling of greater communion between peoples ”.

The meanings of this painter are of a surprising contemporary, if we think of the social climate currently present in Italy as the resurgence of xenophobia and racism.

The influences of the artistic languages ​​of the period in which she lived and worked were undeniable – abstract expressionism, abstractionism, informal art – which express the vibrant and energetic European and American cultural climate of the time, but we can say that Maliheh Afnan has filtered them, expressing with a language original expressive her tensions, her sufferings, her memories. Investigations that probe meanings of great value such as freedom, humanity, equality. But in the end, through the eyes of the various “Personnages” who look at us, she seems to ask us a famous question from Socrates: “What then is man?” I leave the answer to you.

©Lycia Mele Ligios