A Nuoro per ISREAL 2019, il regista vincitore del David di Donatello, ROBERTO MINERVINI

 

In questi giorni a Nuoro,  l’ISRE – Istituto Superiore Regionale Etnografico con il suo direttore artistico Alessandro Stellino –  promuove in collaborazione con SIEFF – Sardinia International Ethnographic Film Festival – ed insieme ai contributi della Fondazione Sardegna Film Commission e della Fondazione Sardegna la quarta edizione di un importante rassegna di docu-film di autore ISREAL – Festival di cinema del reale che ha come tema: sguardi sul Mediterraneo.

All’Auditorium Giovanni Lilliu fino al 12 maggio saranno proiettati circa una trentina di film, opere realizzate nell’area del bacino del Mediterraneo, di cui 9 film – che participano al concorso legato all’evento –  rappresentano le nostre tradizioni e le trasformazioni sociali, un presente contemporaneo con percorsi evolutivi indissolubili dalla nostra identità.

Non ci si focalizza solo sulla Sardegna o sull’Europa, ma con un più ampio respiro, si volge lo sguardo anche all’altra parte del mondo. 

E con la presenza di Roberto Minervini, pluripremiato regista, vincitore del David di Donatello (2014) si guarda agli Stati Uniti, che attualmente con la presidenza di Trump vivono un clima di incessanti cambiamenti socio-economici con una recrudescenza dei fenomeni razziali.

 

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La città di Nuoro propone questo festival in cui si riafferma il principio posto nello statuto dell’ISRE ovvero quello di creare ponti, abbattere barriere, al fine di costruire e condividere conoscenze, nuovi sguardi orientati verso una crescita di consapevolezza etica, verso  un  futuro credibile, migliore.

Sul sito IsReal è possibile scaricare il programma e l’interessante catalogo.

 

©lyciameleligios

 

auditorium giovanni lilliu 

via antonio mereu, 56 | nuoro

 

 

English Version

In these days in Nuoro the ISRE – Regional Ethnographic Higher Institute  with its artistic director Alessandro Stellino – promotes in collaboration with SIEFF – Sardinia International Ethnographic Film Festival – and the contributions of the Sardinia Film Commission Foundation and the Sardinia Foundation the fourth edition of an important review of docu-films  IsReal  – Film festival of the real which has as its theme: looks on the Mediterranean.

At the Giovanni Lilliu Auditorium until May 12, around thirty films will be screened, works created in the Mediterranean area, of which 9 films – which participate in the contest linked to the event – represent our traditions and social transformations, a contemporary present with indissoluble evolutionary paths from our identity.

We don’t just focus on Sardinia or Europe, but with a broader focus, we also look to the other side of the world. And with the presence of Roberto Minervini, award-winning director, winner of the David di Donatello (2014), the United States is looked at, which currently with the presidency of Trump live a climate of incessant socio-economic changes with a resurgence of racial phenomena.

Nuoro’s city proposes this festival which reaffirms the principle set in the statute of the ISRE: to create bridges, break down barriers in order to build and share knowledge, new looks oriented towards an increase in ethical awareness, towards a  credible and better future.

On the site it is possible to download the interesting and curated catalog and the program of the days.

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Tra arte e vita: il valore della condivisione nella nuova mostra di Maria Lai “Pane Quotidiano”ad Ulassai

Nel cuore dell’Ogliastra, ad Ulassai, un paesino inserito in un contesto geomorfologico suggestivo per le montagne di calcare definite “tacchi”, che sembrano sfiorare cieli infiniti, è stata inaugurata nella Stazione dell’Arte, la mostra “Maria Lai. Pane quotidiano” che sarà in esposizione fino al 9 Giugno 2019. 

 

Curata dal direttore dell’istituzione museale, Davide Mariani, in collaborazione con: l’Archivio Maria Lai, il patrocinio del Comune di Ulassai, della Regione Autonoma della Sardegna e della Fondazione di Sardegna – su progetto grafico di Alberto Paba e produzione allestimento di Agave, Charactere – la mostra ripropone un tema caro all’artista: l’arte del fare il pane, su cui si indaga da un duplice punto di vista materico e simbolico come metafora della creatività e del vivere. 

«La mia prima accademia – diceva Maria Lai – l’ho frequentata con le donne che facevano il pane a casa mia. Era bellissimo» enfatizzando l’importanza della condivisione di un aspetto culturale da cui trarre ispirazione. La sua attenzione verso la potenzialità della forma e verso la gestualità rimanda a ″visioni mitiche caratterizzate da una profonda ritualità e da un forte senso del mistero″: «ogni porzione di pasta si trasforma in modo imprevedibile come seguendo una propria legge interna alla materia. Questo suo farsi da sé è stato il grande fascino del pane». 

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Brochure della mostra personale alla Galleria dell’Obelisco a Roma, 1957

In mostra sono presenti circa una trentina di opere, alcune inedite: i primi disegni della metà degli anni ′40 esposti nella sua prima personale a Roma alla Galleria dell’Obelisco (1957); le opere presentate nel 1977 alla Galleria del Brandale di Savona nella mostra “I pani di Maria Lai”, a cura di Mirella Bentivoglio;  arte pubblica e installazioni degli anni Novanta e Duemila, come “La strada del rito”, intervento ambientale realizzato nel 1992 a Ulassai sul tema della moltiplicazione dei pani e dei pesci, l’installazione di una serie di “Pani” in ceramica (1999) in un antico forno in disuso a Castelnuovo di Farfa e “Invito a tavola” (2004), opera realizzata per la rassegna “Pitti Immagine Casa” a Firenze una tavola imbandita con pani e libri in terracotta, poiché «ogni opera d’arte deve diventare pane da offrire a una mensa comune».

Oltre alle opere esposte vi sono scatti che mutano i ricordi in presenza, realizzati da alcuni fotografi – parenti e amici – che hanno frequentato l’artista come il nipote Virgilio Lai, Paola Pusceddu, – che a casa di Maria Lai ha ritratto le donne di Ulassai mentre lavorano il pane per le feste – e Marianne Sin-Pfältzer, sua grande amica tedesca e famosa fotografa, innamorata della Sardegna e delle nostre tradizioni. 

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Maria Pietra 1993 | Courtesy Archivio Maria Lai

È presente anche un video, realizzato dal regista multimediale Francesco Casu, in cui Maria Lai legge Cuore mio” di Salvatore Cambosu (“Miele Amaro“, Vallecchi editore, Firenze, 1954). La storia di Maria Pietra, artigiana del pane, che pur di salvare il proprio figlio dalla morte accetta di farsi trasformare in pietra. Tematica che riprenderà in alcune opere come nella scultura “Maria Pietra” (1993, collezione Stazione dell’Arte), e rimanda alle sue riflessioni sull’arte che l’artista descrive ne La pietra e la paura” (Arte Duchamp, Cagliari, 2006), dove in una conversazione con Federica Di Castro, Maria Lai delinea le immagini metaforiche evocate dal testo narrativo. Così “Maria Pietra” raffigurava l’artista, “la paura” la creatività, “la pietra” l’arte,”il bambino” il malessere del mondo.

La Stazione dell’Arte ri/propone con raffinate concettualizzazioni l’eredità di una grande artista – non solo dotata di talento ma capace di empatia – che è riuscita a tradurre attraverso i suoi linguaggi espressivi semplici ed essenziali, importanti valori umani – quali l’urgenza della condivisione, la relazione, la creatività e ancora la dignità, il coraggio, – con rimandi al mito e alle tradizioni dell’isola: una peintre-philosophe come l’avrebbero definita i francesi.

Oggi un immancabile richiamo alla ricerca di nuovi significati, echi di memorie, dal piccolo museo a due passi dal cielo. 

“L’arte ci fa sentire più uniti, senza questo, non siamo esseri umani”. Maria Lai

©Lycia Mele Ligios
Maria Lai. Pane quotidiano
25 aprile – 9 giugno 2019
Orari: lunedì – domenica 9:30 – 19:30
Apertura straordinaria: 28 aprile, 1° maggio 2019

English Version

Olbia, April 27th 2019 – In the heart of Ogliastra, in Ulassai, a small town set in a suggestive geomorphological context for the limestone mountains defined as “heels”, which seem to touch endless skies, was inaugurated in the Stazione dell’Arte, – Museum of Contemporary Art – the exhibition “Maria Lai. Pane quotidiano” (Daily bread) which will be on display until 9 June 2019.

Edited by the director of the museum institution, Davide Mariani, in collaboration with: the Maria Lai Archive, the patronage of the Municipality of Ulassai, the Autonomous Region of Sardinia and the Foundation of Sardinia – based on a graphic design by Alberto Paba and production preparation of Agave, Charactere – the exhibition proposes a theme dear to Maria Lai: the art of making bread, on which she investigates from a twofold point of view, material and symbolic, as a metaphor for creativity and living.

«My first academy – said Maria Lai – I attended with women who made bread at my house. It was beautiful” emphasizing the importance of sharing a cultural aspect from which to draw inspiration. Her attention to the potential form and gesture refers to a sort of lyrical, introspective realism.

“Every portion of pasta – she said – is transformed in an unpredictable way, as if following an internal law of matter. This self-making was the great charm of bread “.

On display there are about thirty works, some of them unpublished: the first drawings of the mid 40s exhibited in her first solo-show in Rome at the Galleria dell’Obelisco (1957); the works presented in 1977 at the Brandale Gallery in Savona in the exhibition “I pani di Maria Lai”, curated by Mirella Bentivoglio; installations of the 1990s and 2000s, such as “La strada del rito”, an environmental intervention carried out in 1992 in Ulassai on the subject of the multiplication of bread and fish, the installation of a series of ceramic “Pani” (1999) in an antique disused oven in Castelnuovo di Farfa and “Invito a tavola” (2004), a work created for the exhibition “Pitti Immagine Casa” in Florence, a table laden with terracotta breads and books, because “every work of art must become bread for offer to a common canteen “.

In addition to the works on display there are photographs that change the memories in the presence, made by some photographers – relatives and friends – who attended the artist as their nephew Virgilio Lai, Paola Pusceddu, – who at Maria Lai’s home portrayed the women of Ulassai while working the bread for the holidays – and Marianne Sin-Pfältzer, her great German friend, a regular visitor to the Lai home and famous photographer, in love with Sardinia and our traditions.

There is also a video, made by the multimedia director Francesco Casu, in which Maria Lai reads “Cuore mio” by Salvatore Cambosu (“Miele Amaro”, Vallecchi publisher, Florence, 1954). The story of Maria Pietra, a bread artisan who, in order to save her own son from death, accepts to be transformed into stone. A theme that will resume in some works such as the sculpture “Maria Pietra” (1993, Stazione dell’Arte collection), and refers to her reflections on the art that the artist describes in “Stone and fear” (Arte Duchamp, Cagliari , 2006), where in a conversation with Federica Di Castro, Maria Lai outlines the metaphorical images evoked by the narrative text. Thus “Maria Pietra” depicted the artist, “fear” creativity, “stone” art, “the child” the malaise of the world.

With refined conceptualizations, the Stazione dell’Arte proposes the legacy of a great artist – not only talented but capable of empathy – who has managed to translate important human values ​​through her simple and essential expressive languages: the urgency of sharing, relationship, creativity and still dignity, courage, with references to the myth and traditions of the island: a “peintre-philosophe” as the French would have defined it.

Today an inevitable appeal, which we must seize, the legacy left to us by a great artist, in search of new meanings, echoes of atavistic memories, from the small museum a stone’s throw from the sky.

“Art makes us feel more united, without this, we are not human beings”. Maria Lai

©Lycia Mele Ligios

Giornate DOMOS DE SONU| Nasce ISRE MUSICA|Nuove collaborazioni con l’Archivio Musicale “Mario Cervo” Olbia

L’Istituto Superiore Regionale Etnografico presenterà la sua divisione musicale, ISRE MUSICA  insieme all’Archivio Labimus dell’Università degli Studi di Cagliari nella conferenza DOMOS DE SONU del 2 e 3 maggio. Il dipartimento di archiviazione sonora – ISRE MUSICA – si occuperà dello studio, della valorizzazione, la tutela e la promozione del patrimonio musicale sardo. Il progetto per una divisione musicale dell’Istituto Superiore Regionale Etnografico abbraccia le musiche della Sardegna attraverso questo nuovo marchio, a cui verranno attribuiti compiti e criteri di controllo, promozione e valorizzazione, come la creazione e gestione di un archivio sonoro ISRE e la collaborazione con l’Archivio Mario Cervo di Olbia, o ancora l’attività editoriale, relativa alla pubblicazione di dischi e di libri dedicati alla musica in Sardegna nel mondo contemporaneo, e l’istituzione di partnership durature con le associazioni di musicisti tradizionali della Sardegna.

Durante le conferenze si parlerà  di archivi sonori e digital humanities, facendo il punto della situazione per ciò che concerne la Sardegna e confrontandosi con esperienze nazionali ed internazionali come quelle della Humboldt-Universität zu Berlin, o della Fondazione Archivio Luigi Nono.

L’evento vedrà la presentazione ufficiale di due importanti progetti di archiviazione musicale in Sardegna, legati all’Università di Cagliari e all’Istituto Superiore Regionale Etnografico. Sarà inoltre presentato, durante la giornata nuorese, il progetto ISRE MUSICA, la divisione musicale di ISRE.

Tra gli eventi la presentazione del libro/CD Le Voci Ritrovate, alla presenza dell’autore Ignazio Macchiarella e degli studiosi Britta Lange e Sebastiano Pilosu, organizzata in collaborazione con l’Archivio “Mario Cervo” di Olbia. Il volume è di importanza storica per la Sardegna, poiché rappresenta la prima registrazione di musica di tradizione orale dell’isola mai effettuata.

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Il Volume – con CD allegati – Le Voci Ritrovate, curato dal professor Ignazio Macchiarella (Università di Cagliari) ed Emilio Tamburini (Humboldt-Universität zu Berlin) e dedicato al ritrovamento di uno speciale corpus di registrazioni di prigioneri di guerra italiani durante il periodo della Grande Guerra.

Le registrazioni, realizzate dalla tedesca Phonographische Kommission, hanno permesso la realizzazione di un volume di più di 300 pagine, arricchito da quattro compact disc contenenti le voci di quarantadue militari italiani. Tre sono i prigionieri sardi registrati: Giuseppe Loddo da Fonni, Enrico Spiga di Monserrato e Gustavo Varsi di Cagliari. Le loro testimonianze sonore, comprendenti tra l’altro interpretazioni sconosciute di modelli esecutivi noti e diffusi ancora oggi, hanno uno speciale risalto storico per gli studi linguistici e sulla musica di tradizione orale nell’Isola.

English Version

The ISRE – Istituto Regionale Superiore Etnografico will present its musical division, ISRE MUSICA together with Labimus of the University of Cagliari in the DOMOS DE SONU conference on 2 and 3 May. The sound archiving department – ISRE MUSICA – will take care of the study, enhancement, protection and promotion of Sardinian musical heritage. The project for a musical division of the Regional Higher Ethnographic Institute embraces the music of Sardinia through this new brand, which will be assigned tasks and criteria for control, promotion and enhancement, such as the creation and management of  ISRE sound archive and collaboration with the “Mario Cervo” Archive of Olbia, or the publishing activity, related to the publication of records and books dedicated to music in Sardinia in contemporary world and the establishment of long-lasting partnerships with the associations of traditional musicians of Sardinia.

During the conferences we will talk about sound archives and digital humanities, taking stock of the situation as regards Sardinia and dealing with national and international experiences such as those of the Humboldt-Universität zu Berlin or of the Luigi Nono Archive Foundation.

The event will see the official presentation of two important music archiving projects in Sardinia, linked to the University of Cagliari and the Regional Higher Ethnographic Institute. The ISRE MUSICA project, the musical division of ISRE, will also be presented during the Nuorese day.

Among the events the presentation of the book / CD Le Voci Ritrovate, in the presence of the author Ignazio Macchiarella and of the scholars Britta Lange and Sebastiano Pilosu, organized in collaboration with the Archive “Mario Cervo” of Olbia. The volume is of historical importance for Sardinia, as it represents the first recording of oral tradition music on the island ever made.

The book – with attached CDs – Le Voci Ritrovate, edited by Professor Ignazio Macchiarella (University of Cagliari) and Emilio Tamburini (Humboldt-Universität zu Berlin) and dedicated to the discovery of a special corpus of Italian prisoners of war records during the period of Great War.

The recordings, made by the German Phonographische Kommission, allowed the creation of a volume of more than 300 pages, enriched by four compact discs containing the voices of forty-two Italian soldiers. There are three Sardinian prisoners registered: Giuseppe Loddo from Fonni, Enrico Spiga from Monserrato and Gustavo Varsi from Cagliari. Their sound testimonies, including among other things unknown interpretations of well-known and widespread executive models, have a special historical prominence for linguistic studies and oral tradition music on the Island.

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Giovedì 2 maggio, Ore 16:00
Università degli Studi di Cagliari
Aula Magna Motzo, Facoltà di Studi Umanistici
Via Is Mirrionis, Cagliari

Ignazio Macchiarella, Università di Cagliari
Saluti istituzionali, introduzione dei lavori

Diego Pani, Istituto Superiore Regionale Etnografico
Un patrimonio di suoni: il progetto del nuovo archivio sonoro ISRE

Giampaolo Salice, Università di Cagliari
Per un centro per l’umanistica digitale dell’Università di Cagliari

Eleonora Todde, Università di Cagliari
Riflessioni sull’archiviazione del sonoro: il caso dell’Archivio Sonoro Demo-Antropologico Luisa Orru

Marco Lutzu, Università di Cagliari
L’archivio Labimus dell’Università di Cagliari

Britta Lange, Humboldt-Universität zu Berlin
Le registrazioni sonore nei campi di prigionia tedeschi durante la prima guerra mondiale

Claudia Vincis, Fondazione Archivio Luigi Nono
Interventi di tutela e valorizzazione dei nastri magnetici di Luigi Nono: 2015-2020
___________________

Venerdì 3 maggio, Ore 10:00,
ISRE Istituto Superiore Regionale Etnografico, Nuoro
Biblioteca ISRE
Via Michele Papandrea 6, Nuoro

Giuseppe Matteo Pirisi, Presidente dell’ISRE
Saluti istituzionali, introduzione dei lavori

Antonio Deias, Direttore tecnico scientifico dell’ISRE
I sistemi catalografici all’ISRE fra documentazione e informazione

Diego Pani, Istituto Superiore Regionale Etnografico
Il progetto ISRE MUSICA

Britta Lange, Humboldt-Universität zu Berlin
Lavorare con gli archivi sonori. Tecniche, specificità e problemi metodologici

Ignazio Macchiarella, Università di Cagliari
Archivi sonori: a che pro?
___________________

Venerdì 3 maggio, 18:30
Archivio Mario Cervo Olbia
Biblioteca Multimediale Simpliciana
Piazzetta Dionigi Panedda 3, Olbia

Presentazione del Volume+CD Le Voci Ritrovate, di Ignazio Macchiarella ed Emilio Tamburini

Interventi di:
Ignazio Macchiarella
Britta Lange
Bustianu Pilosu

Ascolto guidato dei documenti audio inclusi nell’opera
Modera l’incontro Diego Pani

 

(fonte ISRE)

 

Al MAN di Nuoro “Personnages” prima mostra in Italia di Maliheh Afnan

“La memoria non è un cassetto dove giacciono, come oggetti già definiti e noti, i nostri ricordi. Piuttosto, si infiltra nelle pieghe del nostro tempo, contamina la nostra percezione attuale…” Questa frase di Massimo Recalcati racchiude l’essenza dell’opera artistica di una pittrice palestinese – in mostra fino al 9 giugno al Museo MAN di NuoroMaliheh Afnan, pittrice molto apprezzata nel panorama artistico internazionale, presente in alcune collezioni importanti – tra cui il Metropolitan Museum di New York e il British Museum di Londra, – e per la prima volta una sua mostra in Italia.

Nata a Haifa nel 1935, da genitori persiani di fede bahá’í.  Ancora adolescente conobbe il dramma di una vita diasporica per motivi religiosi e politici.  Inizialmente con la sua famiglia si trasferì a Beirut dove si laureò presso l’Università Americana. Nel 1956 andò in America, a Washington DC dove conseguì nel 1962 un MA in Belle Arti presso la Corcoran School of Art. Ritornata in Medio Oriente per circa una decina di anni, nel 1974  si trasferirà  prima a Parigi e poi Londra, dove morì nel 2016.

DSC_7837What Remains, 2014 (particular); mixed media installation – ph. ©Lycia Mele Ligios

Maliheh Afnan è un’artista che trovò ispirazione dalla tragedia della diaspora e il conseguente dolore – per aver abbandonato la sua terra natia, colpita da una guerra che sembrava non aver fine, − facendo confluire il suo vissuto drammatico nelle opere. La pittura le permise di ricollocarsi nel fluire del tempo, dopo aver assimilato e interiorizzato il suo dramma.

Gli oggetti che era riuscita a salvare divennero finestre di memoria, “sculture” parlanti segnate dal dolore. Ed ecco i vecchi libri degli avi conservati come reliquie in “What Remains” − “luoghi” del tempo e dei ricordi − dai quali trarre forza per dare un senso al domani e ritrovare quella dimensione artistica che le infondeva gioia di vivere, serenità. “Vengo da un luogo dove ci sono reliquie di antiche civiltà, – disse in un’intervista del 2014 – sia che si tratti del Libano o della Palestina. È inevitabile che in qualche  modo io sia attratta da questo genere di cose”. Da un lato la sua indagine espliciterà ataviche tradizioni mediorientali, dall’altro darà consistenza al suo vissuto con un linguaggio vicino all’espressionismo astratto, con pochi accordi cromatici come le terre, il bianco e il nero, con una tensione più spirituale, intimista. In alcune opere il colore viene “graffiato”, asportato con gestualità inconscia, appare stratificato e in alcune zone mancante quasi ad esprimere quella sofferenza subìta che si vorrebbe sradicare ma che è impossibile, perché è pensiero ubicato in quello spazio di eterna contemporaneità.

DSC_7841Contained Thoughts, 2000 (particular) (8 works) ph. ©Lycia Mele Ligios

L’urgenza di custodire la memoria è riposta in questo assemblage Contained Thoughts”(2000): i suoi lavori arrotolati e legati con uno spago, dove si allude alla transitorietà e al desiderio di salvare dall’oblìo oggetti personali di grande valore affettivo. Il vuoto al lato dei disegni sembra enfatizzare “ferite” che non si suturano e/o spazi per trattenere  pens/ieri. Una “scultura” modulare con le superfici arrotondate e dislivelli, a dimostrazione che la precarietà della vita diviene radice dell’esistenza umana.

Le persone che conobbero Maliheh Afnan la ricordano come una donna ironica, saggia e molto elegante con una casa ben curata in cui si respirava un’aria esotica. Non amava esser definita “artista mediorientale” e neppure “artista donna”.

In verità le definizioni creano solo gabbie, sovrastrutture che vincolano. Sono “confini”. Anche il suo linguaggio artistico, che spaziava tra vari generi, figurativo, astratto e informale, induce a pensare ad una sorta di indipendenza del suo modo di esprimersi.

E906F4EB-B9E9-4CF0-8AA3-6E5C36314324Wartorn 1979 – Courtesy Lawrie Shabibi Gallery

Innegabili echi di Alberto Burri (1915-1995) e il suo informale materico come in “Wartorn” (1979)  e Silent Witness (1979) in cui l’artista utilizza del cartone che brucia con una fiamma, – come Burri aveva fatto con i sacchi di iuta e con il legno – dove sembra trasporre la sua sofferenza e la sua angoscia,  il fuoco della guerra che divora le case, i bagliori delle armi che sparano. Ciò che un tempo esisteva, ora è solo memoria. Ma la distruzione richiama la vita e diventa urlo, espresso con accordi cromatici che riflettono luce. L’urgenza di essere testimone nel silenzio assordante dei ricordi. 

0AE06D20-9E9C-4A2B-9BDF-5808264BA5F2Silent Witness 1979 – Courtesy Lawrie Shabibi Gallery

Le opere figurative sono “personaggi” o meglio “figure” definite da segni che affiorano da luoghi di memoria senza preciso ordine, subordinati al ricordo di un’umanità incontrata negli anni, concentrata più sulla diversità che sull’omologazione.  Maliheh Afnan lavorava sui volti per giungere ad esprimere quell’unicum presente in ogni essere, ovvero l’anima. Voleva definire un “denominatore comune”, la preziosa unicità che sta alla base del genere umano che rende diversi seppur simili.

DSC_7839Sam, 1990 (particular) – ph. Lycia Mele Ligios

In alcuni volti affiora una delicata sfumatura caricaturale, quasi ad  enfatizzare elementi fisionomici ad esempio occhi piccoli e ravvicinati, oppure bocca piccolissima, leggermente segnata,  su teste in apparenza deformi. Un inconscio evocare il carattere del personaggio ritratto? Figure atemporali, strutture di memorie, tracce di esistenze “confuse” nel marasma del ricordo.

Aveva sviluppato un grande senso d’ironia, che le permetteva di sdrammatizzare e focalizzarsi su elementi che avrebbero suscitato ilarità, mostrando così la sua acuta intelligenza e fantasia e attribuendo valore alla semplicità.

Certi disegni mostrano dei volti stilizzati in assenza di prospettiva, come se – visti dall’alto – fossero elementi di una carta topografica dove non sono presenti particolari ma solo contorni del volto, uniti dal filo sottile dell’uguaglianza. Sembrano non esserci differenze sostanziali. La scelta di metterli vicini, uno accanto all’altro, sintetizza il concetto di fratellanza e umanità presente nei principi fondanti della sua fede Bahá’í in cui viene a superarsi il concetto di razza oltre quello di classe sociale.

DSC_7844Nuchis 1985 – (particular) – ph. ©Lycia Mele Ligios

Dall’indefinito che supporta l’uguaglianza al definito che sfiora il lirismo per intensità: il ripetuto scrivere il nome di un luogo che le era caro in una sua opera, “Nuchis” . L’artista amava la Sardegna: vi si era recata in vacanza insieme alla figlia ed era rimasta affascinata da un piccola frazione di 400 anime, nei pressi di Tempio Pausania, Nuchis, in Gallura. Un grazioso paesino, ai piedi del Monte Limbara, con piccole case realizzate con blocchi di granito e immancabili gerani nei balconi, immerso nel verde brillante, sfumato in una miriade di tonalità della campagna gallurese. Quei luoghi s’impressero nell’anima di Maliheh Afnan. Si erano “incollati” addosso e non voleva dimenticarli per quel senso di benessere che le infondevano. Al rientro dipinse un quadro astratto su campitura terra d’ombra bruciata con leggeri punti cromatici rosso cupo – forse cinabro – su cui attaccò tanti piccoli pezzi di scotch che colorò  e su cui scrisse in vari punti la parola Nuchis, quasi volesse attaccare o incollare alla sua anima la bellezza e le emozioni provate in quel piccolo pezzo di paradiso. Luogo che le aveva trasmesso serenità interiore e momentaneamente allontanato dai suoi ricordi, le sofferenze del passato.

dsc_7868-e1555522109126.jpgThe visitor, 1992 – Photo ©Lycia Mele Ligios

La tensione all’uguaglianza è quasi un grido “graffiante” nelle sue opere, dove i pensieri si traducono in espressione artistica con stesure di colore più aggressive  e dense, oppure più trasparenti e delicate. Come in quei ritratti dove con difficoltà s’intravvedono le figure dei visi dispersi in un colore che assorbe, in cui i lineamenti si disperdono nello spazio della tela. Volti in cui l’indefinito diventa la piega dell’anima ancorata a corpi, dalle tonalità  calde, origini di terra bruciata e forse dolore. Si intravvede uno studio, una ricerca teleologica – come avrebbe detto l’intellettuale e politico italiano Luigi Sturzo – di una coscienza che tende ad attenuare le sopravvalutazioni nazionali per dar luogo ad un sentimento di maggiore comunione tra i popoli”.

I significati di questa pittrice sono di una contemporaneità che sorprende, se pensiamo al clima sociale presente attualmente in Italia come la recrudescenza della xenofobia e del razzismo.

Innegabili gli influssi dei linguaggi artistici del periodo in cui visse e lavorò − espressionismo astratto, astrattismo, arte informale − che esprimono il vibrante ed energico clima culturale europeo e americano del tempo, ma che possiamo dire Maliheh Afnan li abbia filtrati, esprimendo con un linguaggio espressivo originale  le sue tensioni, le sue sofferenze, i suoi ricordi.  Indagini che scandagliano significati di grande valore come la libertà, l’umanità, l’uguaglianza. Ma alla fine, attraverso gli occhi dei vari “Personnages” che ci guardano, sembra porci una famosa domanda di Socrate:  “Che cos’è dunque l’uomo?”. Lascio a voi la risposta.

©Lycia Mele Ligios

MAN | Museo d’Arte Provincia di Nuoro

Via Sebastiano Satta 27, Nuoro

http://www.museoman.it | info@museoman.it T. +39 0784 252110


English Version

“Memory is not a drawer where our memories lie, as objects already defined and known. Rather, it infiltrates the folds of our time, contaminates our current perception … “This phrase by Massimo Recalcati contains the essence of the artistic work of a Palestinian painter – on display until June 9 at the MAN Museum of NuoroMaliheh Afnan, a very appreciated painter in the international art scene, present in some important collections – including the Metropolitan Museum of New York and the British Museum in London, – and for the first time on display in Italy.

Born in Haifa in 1935, from Persian parents of Bahá’í faith. While still a teenager, he experienced the drama of a diasporic life for religious and political reasons. Initially with his family he moved to Beirut where he graduated from the American University. In 1956 he went to America, to Washington DC where he obtained in 1962 an MA in Fine Arts at the Corcoran School of Art. Returning to the Middle East for about ten years, in 1974 he moved first to Paris and then London, where he died in 2016.

Maliheh Afnan is an artist who found inspiration for her art from the tragedy of the diaspora and the consequent pain – for having abandoned her homeland, struck by a war that seems to have no end, – bringing her dramatic experience into the works . Painting allowed her to relocate herself in the flow of time, after having assimilated and internalized her drama. The objects she had managed to save became windows of memory, talking “sculptures” marked by pain. And here are the old books of the ancestors preserved as relics – places of time and memories – from which to draw strength to make sense of tomorrow and rediscover that artistic dimension that gave it joy of life, serenity. “I come from a place where there are relics of ancient civilizations, – she said in a 2014 interview – whether it is Lebanon or Palestine. It is inevitable that somehow I will be attracted to this kind of thing”. On the one hand, her research will explain ancestral Middle Eastern traditions, on the other hand she will give consistency to her lived with a language close to abstract expressionism, with few chromatic chords such as “lands”, white and black, with a more spiritual, intimate tension . In some works the color is “scratched”, removed with unconscious gestures, it appears stratified and in some areas is missing almost to express the suffering suffered that one would like to eradicate but that is impossible, because it is thought placed in that space of eternal contemporaneity.

The urgency to preserve the memory is placed in this “Contained Thoughts” assemblage: her works are rolled up and tied with a string, which alludes to the transience and the desire to save personal objects of great emotional value from oblivion. The emptiness at the side of the drawings seems to emphasize “wounds” that do not suture and/or spaces to hold thoughts/yesterday. A modular “sculpture” with rounded surfaces and differences in height, demonstrating that the precariousness of life becomes the root of human existence.

The people who knew Maliheh Afnan remember her as an ironic, wise and very elegant woman with a well-kept home where one breathes an exotic air. she didn’t like to be called a “Middle Eastern artist” or even a “woman artist”.

In truth the definitions only create cages, superstructures that bind. They are “borders”. Even her artistic language, which ranged between various genres, figurative, abstract and informal, leads us to think of a sort of independence of her way of expressing herself.

Undeniable echoes by Alberto Burri (1915) and his informal material as in “Wartorn” (1979) and “Silent Witness” (1979) in which the artist uses cardboard that burns with a flame, – as Burri had done with sacks of jute – where his suffering and anguish seems to transpose, the fire of war that devours houses, the flashes of firing weapons. What once existed is now only memory. But destruction recalls life and becomes a scream, expressed with chromatic accords that reflect light. The urgency to be a witness in the deafening silence of memories.

The figurative works are “characters” or rather “figures” defined by signs that emerge from places of memory without precise order, subordinated to the memory of a humanity encountered over the years, focused more on diversity than on homologation. Maliheh Afnan worked on faces to come to express that unicum present in every being, or the soul. She wanted to define a “common denominator”, the precious uniqueness that underlies the human race that makes it different but similar.

In some faces a delicate caricature tinge emerges, as if to emphasize physiognomic elements, for example small and close eyes, or a very small mouth, slightly marked, on apparently deformed heads. An unconscious evoke the character of the portrayed character? Timeless figures, memory structures, traces of “confused” existences in the chaos of memory.

She had developed a great sense of irony, which allowed her to play down and focus on elements that would arouse laughter, thus showing her acute intelligence and imagination and attributing value to simplicity.

Some drawings show stylized faces in the absence of perspective, as if – viewed from above – they were elements of a topographic map where there are no details but only contours of the face, united by the thin thread of equality. There seem to be no substantial differences. The choice to put them close, one next to the other, summarizes the concept of brotherhood and humanity present in the founding principles of her Bahá’í faith in which the concept of race beyond that of social class is overcome.

From the indefinite that supports the equality to the defined that touches the lyricism by intensity: the repeated write the name of a place that was dear to her in one of her works, “Nuchis”.

The artist loved Sardinia. She had gone on holiday with her daughter and was fascinated by a small fraction of 400 souls, near Tempio Pausania, Nuchis, in Gallura. A pretty village, at the foot of Mount Limbara, with small houses built with granite blocks and inevitable geraniums in the balconies, immersed in brilliant green with a myriad of shades of the Gallura countryside. Those places were impressed in the soul of Maliheh Afnan. They had “stuck” on her and she did not want to forget them for that sense of well-being that infused her.

On the way back, she painted an abstract painting on a shaded umber field with light chromatic dots dark red – perhaps cinnabar – on which she attached many small pieces of scotch which she colored and on which she wrote the word Nuchis in various places, as if she wanted to stick or paste to her soul the beauty and emotions felt in that little piece of paradise. Place that had transmitted interior serenity and momentarily distanced herself from its memories, the sufferings of the past.

The tension towards equality is almost a “scathing” cry in her works, where thoughts are translated into artistic expression with more aggressive intense or dense colors, or more transparent and delicate. As in those portraits where the figures of the faces dispersed in an absorbing color can be glimpsed with difficulty, in which the features are dispersed in the space of the canvas. Faces in which the indefinite becomes the fold of the soul anchored to bodies, with warm tones, origins of scorched earth and perhaps pain. A study can be glimpsed, a teleological research – as Italian intellectual and politician Luigi Sturzo would have said – of a conscience that “tends to attenuate national “overvaluations” to give rise to a feeling of greater communion between peoples ”.

The meanings of this painter are of a surprising contemporary, if we think of the social climate currently present in Italy as the resurgence of xenophobia and racism.

The influences of the artistic languages ​​of the period in which she lived and worked were undeniable – abstract expressionism, abstractionism, informal art – which express the vibrant and energetic European and American cultural climate of the time, but we can say that Maliheh Afnan has filtered them, expressing with a language original expressive her tensions, her sufferings, her memories. Investigations that probe meanings of great value such as freedom, humanity, equality. But in the end, through the eyes of the various “Personnages” who look at us, she seems to ask us a famous question from Socrates: “What then is man?” I leave the answer to you.

©Lycia Mele Ligios


 

 

 

 

 

Il fotografo François-Xavier Gbré dona al Museo Man di Nuoro la sua opera “Sardegna”

“Noi ora dobbiamo affrontare il fatto … che il domani è oggi. Noi ci stiamo confrontando con la feroce urgenza dell’oggi…Sulle ossa e sui resti di numerose civiltà erano scritte queste patetiche parole:”troppo tardi”.

Martin Luther King  – 4 Aprile 1967

Nel mondo dell’arte, il luogo e l’identità sono temi ricorrenti che gli artisti inseriscono nei loro progetti, a volte segnati dall’aggressione del tempo che trasforma spazi e muta certezze.

Infatti, alcuni luoghi sembrano esser soggetti a logiche “dell’interruzione” per un’improvvisa sospensione dell’attività lavorativa o per l’incompiutezza di una struttura. Un ricorrente “volto con/temporaneo“, secondo quel concetto di contemporaneità definito dal filosofo Giorgio Agamben  “una singolare relazione con il proprio tempo, che aderisce ad esso attraverso una sfasatura e un anacronismo”.

Così un “presente” intriso di memoria storica, che mostra stratificazioni temporali, contraddizioni e discordanze, è stato oggetto del lavoro di François-Xavier Gbré, fotografo di fama internazionale, presente nella mostra fotografica  “Sogno D’Oltremare durante la penultima stagione espositiva  del MAN_Museo d’Arte Provincia di Nuoro.  

L’artista di origini franco-ivoriane nasce a Lille nel 1978. Tra le sue collaborazioni più importanti si ricorda quella con il grande maestro della fotografia a colori Stephen Shore, – amico e fotografo di Andy Warhol – autore del malinconico e mitico libro di fotografia  “Uncommon places”. Una collaborazione che gli ha permesso di affinare tecniche e linguaggi che forse lo hanno indirizzato verso un determinato tipo di percorsi artistici.

Anche François-Xavier Gbré ri/cuce memorie al presente nella ricerca spasmodica di strutture/architetture abbandonate, legate a mutamenti socio-economici. Inoltre, sceglie luoghi dove il tempo sembra essere sospeso,  mentre la natura s’impone con la sua travolgente libertà.

Ospite del MAN durante la scorsa estate, in collaborazione con la Sardegna Film Commission, ha percorso la nostra isola dal nord al sud per raccogliere materiale, al fine di sviluppare la  sua  articolata indagine storico-sociale e  in un excursus fotografico  comparava la sua terra d’origine, l’Africa, alla Sardegna per evidenziarne similarità.

Courtesy sito ©Françoise-Xavier Gbré 

La Sardegna e l’Africa terre separate da un mare che, in realtà, unisce lembi di terra, baricentro di civilizzazioni che hanno segnato la storia: il Mare Nostrum o Mar Mediterraneo.

Se pronunciamo lentamente la parola “m-e-d-i-t-e-r-r-a-n-e-o” ad un’iniziale apertura dell’apparato fonatorio, segue una chiusura verso la fine, quasi un’abbraccio come un onda che declina verso il suo inizio, dopo aver raggiunto la sua sommità. Oppure, l’abbraccio dell’artista che accoglie in sé il tempo, a cui sottrae istanti del passato per ridonarli all’eterno fluire, impreziositi da suggestive inquadrature, armoniche composizioni e malinconici giochi di luci. Riflessi di immensa sensibilità scanditi dal desiderio di rimodulare, ridefinire e infondere nuova vita  a ciò che sfiora con lo sguardo.

Nella mostra erano visibili testimonianze,  alle volte inquietanti e dolorose come i riferimenti  al periodo coloniale e lo sfruttamento delle risorse in Africa. Elementi  comuni con la nostra isola un tempo colonizzata, sfruttata, considerata margine.

Oggi in un presente “indefinito” è possibile cogliere echi di memorie. Il tempo visualizzato in ciò che “resiste”  sembra predisposto a conciliare con tutto ciò che resta, che è visibile e possiamo solo sfiorare o immaginare. La presenza umana percepita in alcune fotografie, dove ancora sono visibili i segni dell’uomo, è sospesa protagonista di un passato reo per aver distrutto e reso invivibili luoghi legati ad un dinamismo socio-economico che avrebbe potuto “descrivere una storia diversa“, forse migliore.

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“Sardegna” Courtesy MAN ph. ©Pierluigi Dessì – Confinivisivi

Tra le opere esposte c’era una “Costellazione” di 70 scatti dal titolo “Sardegna” che l’artista ha donato alla Collezione Permanente del MAN. Sono fotografie di vari luoghi dell’isola che hanno subito un’antropomorfizzazione,  opere incomplete e strutture di archeologia industriale dove i cicli di produzione sembrano esser stati interrotti.

129C78B2-20D3-4246-9C08-E5472FE62D70Courtesy MAN ph. ©Pierluigi Dessì – Confinivisivi

Azioni del passato che si intuiscono tra resti informi privi di senso: porzioni di edifici pubblici, strutture ricettive, ville, centrali elettriche, borghi fantasma… Un lavoro che esula da significati unicamente estetici e induce obbligatoriamente verso profonde riflessioni. Appare forse a livello inconscio la responsabilità sociale dell’artista e il suo impegno finalizzato  a “ri/scritture”?

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Courtesy MAN ph. ©Pierluigi Dessì – Confinivisivi

Forse sarebbe possibile recuperare i tanti luoghi abbandonati, più volte denunciati,  catalogati – come nell’eccellente lavoro svolto da Sardegna Abbandonata, – che ancora si stagliano contro la natura selvaggia e cieli depositari di storie taciute, e sui quali ci sono stati esigui interventi di ristrutturazione o riqualificazione?

Alcuni siti dovrebbero esser bonificati con urgenza per tutelare e salvaguardare la nostra terra. Oggi sono divenuti silenti presenze che riescono a farci esternare solo rabbia.

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Courtesy MAN ph. ©Pierluigi Dessì – Confinivisivi

E pensiamo alla Base USAF nel monte Limbara, nei pressi di Tempio Pausania,  che dovrebbe essere smantellata con una bonifica della zona; il Cementificio di Scala di Giocca, vicino Sassari. Come sarebbe interessante riqualificare forse per finalità turistiche o museali il borgo fantasma di Pratobello vicino Orgosolo; l’Albergo ESIT nel Monte Ortobene, a Nuoro;  la Miniera di San Leone, vicino Cagliari… Troppi luoghi se consideriamo che  la superficie della Sardegna è di appena 24.100 km²!

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Courtesy MAN ph. ©Pierluigi Dessì – Confinivisivi

In attesa di una maggior consapevolezza verso un intervento finalizzato alla tutela ambientale e al recupero della memoria storica, ci si chiede: quale funzione abbiano questi luoghi, al limite tra testimonianza e racconto, considerata la vocazione primaria dell’isola legata al turismo?

François Xavier-Gbré con la sua sensibilità, in un dialogo intimo dove l’incompiutezza, l’imperfezione potrebbe evocare la natura dell’uomo, i cicli di nascita e di morte, ha realizzato delle immagini liriche, di grande pathos che fanno “vibrare” il passato con giochi chiaroscurali, inquadrature rigorose e geometrie, alla ricerca di nuove logiche, forse nuove dimensioni dell’esistere.

Da qui la ricerca di quel senso che sfugge e ci induce a chiederci “perché”  ha sentito l’urgenza di fotografare quelle strutture abbandonate?

Aveva cominciato la sua indagine nella sua terra d’origine l’Africa. A Dakar aveva fotografato il Palazzo di Giustizia oggi divenuto sede della Biennale d’Arte Contemporanea, oppure la Piscina Olimpionica riaperta dopo esser stata ristrutturata da un azienda cinese. Quale sarà invece il destino di tutte queste strutture abbandonate nella nostra isola?

Le immagini acquisiscono senso nell’esprimere la bellezza malinconica e struggente di alcuni luoghi. E il fotografo avvalendosi di una scrittura di luce realista, coglie quelle sfumature che impressionano,  recupera il tempo dando il giusto valore riformulando funzioni, suggerendo implicitamente interventi mirati e urgenti in linea con la salvaguardia dell’ambiente, per lasciare uno spazio vivibile alle generazioni future.

L’isola è un’appendice della nostra anima. E tutti, anche coloro che non sono nati nell’isola ma la considerano terra d’adozione,  devono tutelarla.

Francois Xavier Gbré con il suo dono ha manifestato generosità e riconoscenza per  la città di Nuoro –  che lo ha accolto – e per tutti i sardi. Rimane così un segno del suo passaggio nella nostra isola. Un grande artista, delicato e sensibile che non solo ha colto l’importanza del nostro passato storico-culturale, ma lo ha ricollocato nel flusso del tempo donandogli nuovi significati e una “nuova”  struggente eternità.

©Lycia Mele Ligios 2019

 

English Version

 

Now we have to face the fact … that tomorrow is today. We are confronted with the fierce urgency of today … These pathetic words were written on the bones and remains of numerous civilizations: “too late”.

Martin Luther King – 4 April 1967

 

In the world of art, place and identity are recurring themes that the artists insert in their projects, sometimes marked by the aggression of time that transforms spaces and changes certainties.

In fact, some places seem to be subject to “interruption” logic due to a sudden suspension of work or due to the incompleteness of the structure. A recurring “con/temporary face”, according to concept of contemporaneity defined by the philosopher Giorgio Agamben as a “unique relationship with one’s own time, which adheres to it through a mismatch and an anachronism”.

Thus a “present” steeped in historical memory, which shows temporal stratifications, contradictions and discrepancies, was the subject of the work of François-Xavier Gbré, photographer of international fame, present with the photographic exhibition “Sogno D’Oltremare” in the penultimate exhibition season of the MAN Museum of the Province of Nuoro.

The artist of Franco-Ivorian origins was born in Lille in 1978. Among his most important collaborations I remember that with the great master of color photography Stephen Shore, – friend and photographer of Andy Warhol – author of the melancholic and mythical photography book ” Uncommon places ”. A collaboration that has allowed him to refine techniques and languages ​​that perhaps have directed him towards a certain type of artistic paths.

Even François-Xavier Gbré recalls memories in the present in the spasmodic search for abandoned structures / architectures, linked to socio-economic changes. And he also chooses places where time seems to be suspended, while nature imposes itself with its overwhelming freedom.

Guest of the MAN during last summer, in collaboration with the Sardinia Film Commission, he traveled our island from north to south to collect material, in order to develop his articulated historical-social investigation. And in a photographic excursus he compared his homeland, Africa, to Sardinia to highlight similarities.

Sardinia and Africa, lands separated by a sea that, in reality, combines strips of land, the center of civilization that have marked history: the Mare Nostrum or the Mediterranean Sea.

If we slowly pronounce the word “m-e-d-i-t-e-r-r-a-n-e-o” to an initial opening of the phonatory apparatus, there follows a closure towards the end, almost an embrace like a wave that declines towards its beginning, having reached its top. Or the embrace of the artist who welcomes time into himself, to which he steals moments from the past to give them back to the eternal flow, embellished by suggestive shots, harmonious compositions and melancholy plays of lights. Reflections of immense sensitivity punctuated by the desire to restructure, to redefine, to breathe new life into what touches with one’s eyes.

In the exhibition were visible testimonies, sometimes disturbing and painful as the references to the colonial period and the exploitation of resources in Africa. Common elements with our island once colonized, exploited, considered a margin.

Today in an “undefined” present it is possible to catch echoes of memories. The time displayed in what “resists” being present seems predisposed to reconcile with all that remains, which is visible and we can only touch or imagine.

The human presence perceived in some photographs, where the signs of man are still visible, is suspended protagonist of a past guilty for having destroyed and made uninhabitable places linked to a socio-economic dynamism that could “describe a different story”, perhaps best.

Among the exhibited works there was a “Constellation” of 70 shots entitled “Sardinia” that the artist donated to the Permanent Collection of the MAN.

They are photographs of various places on the island that have undergone anthropomorphization, incomplete works and industrial structures where production cycles seem to have been interrupted.

Actions of the past that can be sensed between shapeless remains devoid of meaning: portions of public buildings, accommodation facilities, villas, power stations, ghost towns … A work that goes beyond purely aesthetic meanings and necessarily leads to profound reflections. Does the social responsibility of the artist and his commitment aimed at “re / writing” appear at an unconscious level?

Perhaps it would be possible to recover the many abandoned places, repeatedly denounced, cataloged – as in the excellent work carried out by Abandoned Sardinia – which still stand out against the wild nature and the depository of untold stories, and on which there have been few interventions of restructuring or redevelopment?

Some sites should be urgently reclaimed to protect and safeguard our land. Today they have become silent presences that manage to make us express only anger.

I am thinking of the USAF base in Mount Limbara, near Tempio Pausania, which should be dismantled with a reclamation of the area; the Cement factory of Scala di Giocca, near Sassari. How it would be interesting to redevelop the ghost town of Pratobello near Orgosolo, perhaps for tourist or museum purposes; the ESIT Hotel in Monte Ortobene, in Nuoro; the San Leone Mine, near Cagliari … Too many places if we think that the surface of Sardinia is just 24,100 km²!

Waiting for a greater awareness towards an intervention aimed at environmental protection and the recovery of historical memory, one wonders what function these places have, on the border between testimony and story, considered the primary vocation of the island linked to tourism?

François Xavier-Gbré with his sensitivity, in an intimate dialogue where incompleteness, imperfection could evoke the nature of man and his evolutionary and involutive cycles, of birth and death, gave lyrical images, of great pathos that make the past vibrate with chiaroscuro games, rigorous shots and geometries that unconsciously seek new logics, perhaps new dimensions of existence?

Hence the search for that meaning that escapes and leads us to ask “why” did he feel the urgency to photograph those abandoned structures?

He had begun his investigation in his homeland of Africa. In Dakar he had photographed the Palazzo di Giustizia, which has now become the seat of the Biennale of Contemporary Art. Or the Olympic swimming pool that has been re-opened today because it was renovated by a Chinese company. What will be the fate of all these abandoned structures on our island?

Words have lost authenticity and power. They have become pure abstractions. Only the image takes on value in expressing with deafening silence the melancholy and poignant beauty of some places. And the photographer making use of a writing of realist light, captures those nuances that impress, recovers time giving the right value by reformulating functions, inciting targeted and urgent interventions in line with environmental protection, to leave a livable space for future generations .

The island is an offshoot of our soul, of our roots, so we must protect it, protect it more than we do ourselves. Because we are the island itself.

Francois Xavier Gbré with his gift showed generosity and gratitude for the city of Nuoro – which welcomed him – and for all the Sardinians. Thus it remains a sign of its passage through our land. A great artist, delicate and sensitive, who not only grasped the importance of our past, but put it back in the flow of time, giving it a “new” poignant eternity and new potential meanings.

©Lycia Mele Ligios

Gabriella Greison e la sua grande intuizione: democratizzare la fisica

Ricordo bene quel giovedì pomeriggio. In Biblioteca c’era la presentazione del libro su Albert Einstein di una scrittrice che conoscevo poco.

Ma, ci andai, attratta dal grande genio della teoria della relatività e dalla simpatia che traspariva da una sua foto – la linguaccia più famosa del mondo –  e  con la speranza che non si parlasse di fisica.

Non eravamo tantissimi ma posso dire che l’attenzione mostrata dai presenti era come un velo di silenzio, ci avvolgeva tutti, catturati dalla capacità interpretativa di questa ragazza dai capelli ramati con outfit un po’ retrò, dagli occhi verdissimi, espressivi con una bella voce squillante, limpida.

IMG_7042Courtesy Archivio Greison ph. ©Marina Alessi

Recitava un monologo tratto da un suo libro “Einstein e io” edito da Salani, in cui con un linguaggio fresco, semplice e scorrevole raccontava la tormentata storia d’amore tra Albert Einstein e sua moglie, grande scienziata anche lei, Mileva Marić,  prima donna ad esser stata ammessa al corso di fisica al Politecnico di Zurigo,  – un corso per antonomasia maschilista. – Ma, la grande sorpresa fu che la scrittrice, oltre ad esser una fisica affermata, era anche attrice per giunta autodidatta, come scoprii in seguito.

Tutti eravamo chiusi in un silenzio quasi rigoroso, religioso. In realtà “contemplavamo”. Volevamo r/accogliere tutte le  parole.   Non volevamo perderne neanche una.

Sì, la sua voce  s’immergeva nei caratteri dei personaggi e diveniva coinvolgente,  compassionevole, concitata, energica, limpida, ironica, minacciosa, pacata, sottomessa, spaurita e poi vogliamo parlare della voce graffiante, originale, suasiva, virile di Giancarlo Giannini  – che penso riconoscerei anche se distante mille miglia – nelle vesti di Albert Einstein?  Forse, eravamo ipnotizzati.

IMG_7962Courtesy Archivio Greison – ph. ©Gianbattista Turla

La sua voce si diffondeva invadendo il nostro senso, l’udito e la nostra immaginazione quella di averli tra noi. Ammaliati da questa performance quando finii – quasi ci  rimanemmo male – io come spinta da una forza innaturale dissi: “Mi hai ricordato i monologhi di Franca Rame ai tempi dell’università”.

Mi sarei pestata la lingua. Da timida, improvvisamente ero diventata loquace. Applausi scroscianti, lunghi, lunghississimi come lo stupore e la meraviglia che aveva ammaliato un po’ tutti.

Ricordo le parole del direttore, Marco Ronchi,  dal sapore di una promessa “Verrà quest’estate” . Ed eccoci al firma copie e con una sfacciataggine che mai avrei creduto di avere le chiedo un’intervista.

Ero certa che non solo dai suoi testi ma dalla carica di energia, dalla capacità didattica, dalla sottile delicatezza con cui faceva introspezione psicologica dei personaggi che si legavano alla sua esperienza di vita, tutti avremmo potuto imparare qualcosa che forse era sfuggito.

Consiglio di leggere tutti i testi che lei cita, perché è una rarità trovare una fisica che trasmette con semplicità e leggerezza argomenti complessi, ma anche per  la riabilitazione della donna in un contesto storico che ancora la relegava ai margini.

E ancora, per la sottile ironia – con la quale Gabriella descrive i personaggi vissuti – in un’ epoca di grande fermento culturale e di innovazioni scientifiche. Infine per l’umanità che avvicina il fisico all’uomo normale, semplice, con i suoi limiti e sfumature caratteriali, riflessi del nostro essere umani. E ora, le sue parole.

Dalla tua lunga biografia si evince una vita subordinata ad una passione intensa verso tutto ciò che hai fatto e che fai, forse l’inquietudine dell’uomo moderno alla ricerca di un qualcosa che gli faccia capire e assaporare il vivere. Come se tu stessa non avessi trovato ciò che cercavi. O forse una sfida con te stessa. Comunque si denota la grande capacità di mettersi in gioco in attività lavorative con sfumature differenti.

Come ti ri/vedi se pensi agli anni in cui lavoravi in radio o facevi la reporter? Vuoi raccontarci qualcosa di questa esperienza?

È stato strano: quando mi sono laureata in fisica a Milano mi è venuto il desiderio grande di dire a tutti quanto è stato bello: i professori che ho seguito, con cui ho studiato, da cui mi sono fatta inebriare di racconti erano strepitosi. Loro mi hanno fatto vedere la fisica, prima – al liceo – non se ne ha minimamente la percezione di quanto tutto quello sia bello. Loro mi hanno fatto conoscere i grandi fisici del XX secolo come se fossero amici con cui parlare ogni giorno. Ed erano personaggi molto interessanti. Decisi di andare a Parigi per lavorare in un gruppo di ricerca internazionale, perché l’ambiente scientifico mi attraeva parecchio: e così è stato all’Ecole Polytechnique, dove ho conosciuto fisici molto in gamba e di livello eccezionale. Con il merito che prevaleva su ogni altro aspetto. Sono tornata in Italia con l’idea di portare il racconto della fisica, come lo avevo vissuto io, in una forma leggibile per tutti. Volevo creare la narrativa della fisica: che mancava in Italia, come in Europa. Mi proposi ai grandi quotidiani, ma mi presero per una spocchiosa pivella. Io dicevo: “ma io sono laureata in fisica”, insistevo con loro, dicendo che mancava questo punto di vista. Ma, niente.

E così entrai nelle porte che mi si aprivano più facilmente: quindi iniziai con Radio Popolare, e anche con Il Manifesto. Entrambi i posti sono stati accoglienti per me. Lì potevo fiorire. E iniziai il mio percorso. In Radio creai “42 la scienza in cerca di domande”. E sul quotidiano scrivevo. Crescevo di giorno in giorno. Divenni giornalista professionista. Nel frattempo presi l’abilitazione per l’insegnamento e insegnavo nei licei, fisica e matematica. Collaboravo anche con l’università. Dopo due anni così, potevo ancora continuare con la trasmissione e i miei articoli, se volevo, ma capii che per crescere ancora dovevo cambiare. E così entrai in altre porte che mi si aprirono. Radio Tre, poi Radio Due. E poi iniziai a scrivere di tutto, non solo di fisica e di scienza. Perché se uno ha la passione della scrittura, e gli piace scrivere, se con la scrittura esprime qualcosa che non c’è, se con la scrittura sta correndo in una prateria che sa solo lui qual è, non importa di cosa scrive. È una regola che mi hanno insegnato i grandi giornalisti.

L’amore per la scrittura si è palesato intorno ai 30 anni quando lavoravi a Radio Popolare. Allora facevi la giornalista e avevi pubblicato L’insostenibile leggerezza di Effenberg in cui parlavi del mondo che ruota attorno al calcio. Intorno al 2017 inizi a focalizzare la tua scrittura sul mondo legato alla fisica.

Quando hai sentito l’esigenza di riscrivere e narrare eventi come il Congresso di Solvay  del 1927 o storie di personaggi a cui hai dato un’anima e qualità umane che spesso non traspaiono dalle biografie?

Quando mi sono laureata in fisica avevo la fissa per la foto scattata nel 1927, la vedevo ovunque. Poi a Parigi, all’Ecole Polytechnique era una gigantografia all’ingresso. Era un’ossessione quella foto per me. E così appena capii che poteva essere il momento giusto, andai a Bruxelles e mi misi a fare le ricerche per approfondire quella foto. Ricerche che durarono anni. Andavo avanti e indietro dall’Italia in Belgio. Finalmente, quando le cose stavano cambiando e tirava l’aria giusta, capii che quelle ricerche potevano diventare un romanzo. Il romanzo è stato “L’incredibile cena dei fisici quantistici”, edito da Salani. Un buum pazzesco. È tutt’ora in continua ristampa. Pochi mesi fa ho anche registrato l’audiolibro per Audible.it .

E dopo il romanzo ho creato “1927 Monologo Quantistico”, perché alle presentazioni del mio romanzo nel 2016 venivano centinaia di persone, e allora un regista milanese (Emilio Russo) si è incuriosito e mi ha proposto di portare nel suo teatro il monologo che da sola portavo nelle librerie, negli auditorium. Facemmo un lavoro, e creammo la versione teatrale. Da allora abbiamo fatto oltre 170 repliche nei teatri di tutta Italia, quasi tutti sold out, soltanto a Milano siamo arrivati a 50 repliche. Continuiamo ancora, malgrado io sia poi arrivata a creare altri tre monologhi, da altrettanti romanzi. Sul mio sito www.greisonanatomy.com c’è il dettaglio di tutti questi miei lavori e dove trovarmi nel calendario, con tutte le prossime date. (clicca qui)

Courtesy Archivio Greison – ph. ©Gianbattista Turla

Hai lavorato 4 anni come reporter de Il Fatto Quotidiano occupandoti di varie tematiche estranee al tuo mondo di fisica. Interessanti i dossier sulla Silicon Valley, sul quartiere di Bruxelles in cui l’Isis recluta adepti e in vista dei Mondiali 2022 ti sei recata a Doha.

Ci vuoi parlare dell’esperienza che ti ha più colpita e che ti ha lasciato tracce indelebili. Non mi riferisco solo alle differenze socio-culturali ma al valore umano non visibile ma importante. Inoltre, come vivevi le tue trasferte all’estero?

Mi sono semplicemente incuriosita al mondo. Esattamente come mi ha insegnato la fisica. Io viaggio da sola fin da quando avevo 18 anni, quindi per me è stato naturale. Come ho detto prima, non importa l’argomento, se ti piace scrivere, lo puoi fare con tutti i temi. E quelli erano temi che mi incuriosivano, e c’era la notizia. E nessuno ne scriveva. Il fiuto per la notizia mi ha portato ovunque, è stato divertente. È stato un gioco, per me. Sono stata l’ultima ad aver intervistato Giulio Andreotti. Sono stata l’ultima ad aver intervistato Rita Levi-Montalcini. Sono stata l’ultima ad aver intervistato Margherita Hack. Pazzesco, non credi?

Hai visitato la Silicon Valley, centro avanguardistico dell’informatica e di tutto ciò che concerne l’web, dove a parte l’efficenza lavorativa si hanno ritmi di lavoro che limitano la vita privata. Cosa pensi al riguardo?

È molto interessante. Mi ha incuriosito parecchio, anche perché nessuno me la raccontava bene: dunque, ci sono andata di persona. E una volta che io vado in un posto, e trovo una notizia, è inevitabile che la scriva.

Analizzando quei sistemi lavorativi, per esempio Google che tu hai visitato, potresti suggerire elementi che potrebbero giovare ad avviare start up nella nostra isola?

Non so.

Dopo il periodo giornalistico sei ritornata alla tua vocazione/passione originaria. Raccontaci, anche tu folgorata sulla via del ritorno?

Non c’è una via di ritorno, perché in realtà non l’ho mai abbandonata. Ad un certo punto, è stato il momento di pubblicare “L’incredibile cena dei fisici quantistici”. Prima non era possibile. Prima, era come se i fisici dovevano parlare solo come i fisici accademici, quelli che Einstein chiamava i ‘paludati accademici’. Poi, il successo del libro di Carlo Rovelli ha aperto la strada, e io mi sono messa in scia. Avevo già tutto, avevo la storia che era una bomba, ero pronta. Ed ero donna. Un primato pure il mio.

La bellezza dei tuoi testi risiede oltre che in una scrittura coinvolgente, briosa a tratti leggera, ironica, nella semplicità con cui permetti a tutti noi di avvicinarci ad un mondo per complessità, rigoroso, impostato, rigido. O come noi pensavamo fosse. E così doni umanità a questi grandi scienziati. Ne accorci le distanze. Gli spazi si annullano e un po’ le differenze. Anche loro con menti acute e intelligenti sono simili a noi. E anche la loro vita è stata segnata da luci e ombre, un po’ come la nostra. Sembra quasi che tu gli permetta di rinascere. Epifanie di umanità.

C’era un progetto legato alla riscrittura? A parte le scoperte scientifiche che hanno migliorato la nostra contemponeità. Possiamo dire che i tuoi testi li hanno resi nostri contemporanei?

Sì, mi piace quando mi viene attribuita questa conquista. Questo primato. Ho creato una narrativa della fisica che non c’era. Dopo “L’incredibile cena” è stato il momento di “Sei donne che hanno cambiato il mondo” (per Bollati Boringhieri) da cui ho fatto nascere il monologo “Due donne ai Raggi X – Marie Curie e Hedy Lamarr, ve le racconto io”, lo porto anche a Vienna a marzo, nella città natale di Hedy. Dopo ho pubblicato “Hotel Copenaghen” (per Salani) sulla scuola di Copenaghen creata da Niels Bohr, un posto magnifico che non potevo non raccontare. Ecco le mie esigenze: scrivo romanzi perché ci sono storie che ‘non posso non raccontare‘. Poi ho pubblicato “Einstein e io” da cui ho fatto nascere “Einstein & me” il monologo teatrale sulla vita di Mileva Maric, ho fatto un lavoro con la regista (Cinzia Spanò) strepitoso, lei è bravissima, e io con lei di fianco ho imparato tanto: l’ho portato in due teatri da mille posti, pieni, è stata un’emozione che non ha eguali. Lo porto anche a Zurigo a fine marzo, esattamente dove ho fatto le ricerche, e poi anche a Novi Sad, nella città natale di Mileva, dove mi hanno invitato e dove tradurranno il libro in serbo. I cerchi si chiudono sempre. L’ultimo romanzo è “La leggendaria storia di Heisenberg e dei fisici di Farm Hall”, in cui racconto di una storia formidabile e che nessuno conosce, all’interno della villa di Farm Hall: il nuovo monologo debutta il 10 maggio al Teatro di Sori, è prodotto dal Teatro Pubblico Ligure e ha la regia di Sergio Maifredi. Farm Hall è stato il primo Grande Fratello coatto della storia, fatto solo con i fisici. A corredo faccio anche la storia di Lise Meitner, e l’approfondisco in uno spazio a parte. Il racconto delle grandi donne della scienza, visto il periodo che stiamo vivendo, è il mio faro.

IMG_9081Courtesy Archivio Greison – ph. ©Gianbattista Turla

Dai tuoi libri traspare una forza di semplificazione e umanizzazione straordinaria. Semplicità, coinvolgimento, capacità didattica sono i tre elementi che personalmente mi hanno colpito. Hai seguito corsi di scrittura creativa per definire i personaggi? Che ruolo hanno i dettagli?

I dettagli sono tutto. Ho lavorato su me stessa. Da sola. Autodidatta. Anche Einstein faceva così… L’ho fatto per tanti aspetti della mia vita. Anche quando volevo imparare ad andare su un surf da onda, guardavo ore, osservavo i più bravi, e poi emulavo.

L’analisi di forme matematiche sembra sorreggere dinamiche caratteriali, di personalità o sociali. Ovvero sembra che tu voglia tradurre le formule in istanti di vita. Lo trovo magnifico. Ci vorresti parlare di questi passaggi?

Si, parlo di formule, di teoremi e li mischio al lato umano dei fisici. Il mio racconto è sui fisici del XX secolo perché loro mi piacciono più di tutti gli altri: sono quelli che hanno creato il nostro mondo.

Dalla scrittura alla recitazione. Oggi incanti platee. Ricordo bene il tuo monologo tratto dal libro Einstein ed Io alla Biblioteca Simpliciana di Olbia che ha folgorato tutti i presenti. Rapiti dalle tue parole e quelle di Giancarlo Giannini. Seguendoti sui social tutta l’Italia sembra si stia innamorando della fisica merito dei tuoi libri e dei tuoi brillanti monologhi. Tutti sold out. Penso che il segreto dipenda oltre dalla capacità interpretativa, dall’empatia e molto dalla tua semplicità e umiltà, valori che ti hanno sempre contraddistinto.

Cosa pensi al riguardo? Perché questo amore verso la fisica? Inoltre per essere vincenti e realizzare i propri sogni, come nel tuo caso, quali suggerimenti daresti ai giovani d’oggi?

Ho lavorato molto sul mio modo di parlare in pubblico, sul linguaggio. All’inizio emulavo quelli più bravi di me. Inizio sempre così una cosa che non so fare. Per la scrittura, agli inizi, copiavo gli attacchi di Hemingway. Per il racconto orale, agli inizi ho trovato la mia ispirazione più grande in Carlo Lucarelli: sono sempre stata affascinata dai suoi libri, e dal suo modo di parlare. La gente a teatro mi diceva che gli ricordavo lui: eh certo, io a casa mi mettevo davanti allo specchio e cercavo di parlare come lui! Poi ho trovato la mia strada, ho lavorato su me stessa su come cambiare, su come trovare la personalità che mi rispecchiasse meglio. Ma continuo ad adorare Carlo Lucarelli, non ci posso fare niente, appena lo vedo in tv mi fermo e ascolto con molta attenzione cosa dice. Poche persone catalizzano la mia attenzione come lui: un’altra è Francesco De Gregori. Sogno un’ora a teatro con lui: lui che mi fa domande sulla fisica e io che gli faccio domande sulla vita, sulla sua spiritualità. A me mancano esattamente le cose che lui racconta, ho letto tutte le sue interviste. Lo stimo molto. Io nel camerino prima di ogni spettacolo canto le sue canzoni per caricarmi: una volta un tecnico simpatico mi ha ripreso e lo ha messo sui social: ti dico solo che quel video ha migliaia più visualizzazioni di quando parlo di fisica. Ma torniamo a me: ora ho creato la mia narrativa della fisica, e quindi posso esprimermi lì dentro. A teatro poi su di me hanno lavorato fior fiori di registi teatrali bravissimi, e di lunga esperienza: devo tantissimo a loro. La mia sicurezza sul palco, il mio modo di occupare gli spazi. Io continuo a crescere, inarrestabile, giorno dopo giorno, non mi fermo un attimo, di crescere, di imparare, vado sempre avanti. Sono fatta così.

Un consiglio da dare ai ragazzi? Gliene do tutte le volte che mi fermano dopo un monologo nei teatri. Dico a tutti di oziare. E poi: non state dove non potete fiorire.

L’eroine dei tuoi libri. Tra desiderio di emancipazione e soffocamento di una società maschilista. Ieri e oggi. Possiamo dire che le differenze si stiano armonizzando?

Sì, io racconto le donne del passato che hanno dato la possibilità a me e a tutte noi oggi di realizzare i nostri sogni. È come se ricevessimo un testimone da loro, e io lo porto in giro fiera nei teatri. Nel mio nuovo monologo “La leggendaria storia di Heisenberg e dei fisici di Farm Hall” c’è il racconto nella seconda parte di Lise Meitner, che potrebbe avere uno spazio tutto suo, se me lo chiedono. Le donne della scienza che racconto sono le mie eroine. E specchiandomi nelle loro vite vedo riflessa la parte di me stessa di cui prendermi cura come il più prezioso dei regali della vita.

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Courtesy Archivio Greison – ph. ©Marina Alessi

La vita come mezzo di conoscenza: con questo principio nel cuore si può non solo vivere valorosamente, ma anche vivere gioiosamente e gioiosamente ridere.” Con queste parole di Friedrich Nietzsche voglio sintetizzare ciò che si evince dalla vita di un’artista creativa con una weltanschauung  molto aperta e curiosa. Si può riflettere sulle implicite potenzialità della stessa. Ogni momento vissuto ci modifica. L’esperienza acquisita, sia positiva o negativa, aiuta ad intravvedere  sempre nuovi orizzonti e vivere la vita come una sorta di avventura e crescita,  a trovare quella forza che ci aiuta a ri/trovare nuovi percorsi alternativi. Ma con un grande faro davanti ai nostri occhi la passione autentica aiuta a districare i sogni. E infine a realizzarli. E per usare le parole di Gabriella verso i ragazzi “non state dove non potete fiorire”.

Ringrazio a nome di Olbia.it Gabriella Greison per la sua gentile disponibilità nel permettere questa intervista. La rincontreremo questa estate nella rassegna letteraria estiva della Biblioteca Sempliciana – Sul Filo del Discorso – con un nuovo brillante monologo teatrale. Non mancate!

©Lycia Mele Ligios 2019

Il profeta della modernità in mostra al MAN di Nuoro: Pierre Puvis De Chavannes

Dopo le celebrazioni per i  vent’anni  della fondazione – che in soli tre giorni hanno registrato oltre 1000 visitatori, – il Museo MAN propone tre  percorsi per la nuova stagione espositiva dal  15 marzo al 9 giugno 2019: una preziosa retrospettiva del grande artista francese del 1800, Pierre Puvis de ChavannesAllori senza fronde”; una mostra dal titolo “Personnages” su un’artista palestinese, amica del grande astrattista Mark Tobey, Maliheh Afnan,  in Italia poco conosciuta che libera significati di universalità, dignità e memoria storica,  un linguaggio visivo, oserei grafico,  dalle tonalità argillose,  bruciate, volti con tratti deformi,  misteriosi, molto espressivi di una sofferenza patita, resa da segni, linee quasi  spezzate che ricordano il dramma della diaspora subita;  infine “Il segno e l’idea”, l’esposizione di alcune opere, dell’inizio ′900, di alcuni artisti sardi della Collezione Permanente del MAN.

I curatori delle mostre sono, oltre al direttore Luigi FassiAlberto Salvadori, storico e critico d’arte,  per l’allestimento “Allori senza fronde” ed Emanuela Manca storica dell’arte del MAN per “Il Segno e l’idea”.

Ogni mostra rimanda a tracce del nostro passato tra riflessi di radici mediterranee, sfumature di intensità espressiva e segni che illuminano percorsi futuri. Ma ho deciso di scrivere tre articoli differenti pur nella consapevolezza che siano da considerare un unicum espositivo.

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Sottobosco c.a. 1870 – 1890 Courtesy Michael Werner Gallery

Avere in Sardegna una mostra del grande artista francese Pierre Puvis De Chavannes (1824-1898) é un evento straordinario per la rarità delle sue piccole opere, per il carattere didattico e antesignano delle stesse, presenti in mostra e soprattutto per aspetti figurativi e talvolta astratti riscontrabili in certi linguaggi visivi moderni e contemporanei.  Molti artisti, infatti, hanno attinto dal maestro tecniche, cromatismi, stesura colore, campiture.  Se andrete a vedere la mostra sarà divertente riconoscere  echi di Picasso, Gauguin, MatisseBalthus e altri artisti del ′900.

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Le Revermont c.a. 1870 – 1890 Courtesy Michael Werner Gallery

Purtroppo é ancora poco conosciuto e, nei testi scolastici, marginale. In Italia l’ultima sua mostra fu realizzata a Venezia nel 2002.  Forse perché il suo nome é legato a grandi opere murali che gli venivano commissionate per istituzioni,  musei e biblioteche, a Lione, Parigi, Marsiglia, ma anche all’estero, a Boston nella Public Library? Oppure  a tele singole ma sempre di grandi dimensioni? O per il suo antiaccademismo, anzi oserei anti ‘ismo’ in genere? Puvis De Chavannes è sempre stato un artista indipendente e coerente con il suo pensiero. Qui risiede quell’unicità e libertà della sua arte che svuota il significato del tempo ma acquisisce forza nell’applicazione e nello studio febbrile. Il suo amore per la pittura era quasi una devozione, come si evince dalle opere in mostra, instancabile e fedele alla ricerca della pura bellezza ed espressività con il colore.

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Bozzetto per lo sfondo di Visioni Antiche, 1884 – 1885Courtesy Michael Werner Gallery

Si avvicinò al mondo dell’arte in modo casuale. Nato a Lione nel 1824, il padre avrebbe desiderato che diventasse ingegnere come lui. Ma inseguito ad alcuni viaggi in Italia, venendo a contatto con gli artisti fiorentini del trecento, del quattrocento, i veneti del cinquecento, Raffaello, i seicentisti, iniziò ad apprezzare la bellezza dell’espressione artistica. Ciò lo spinse ad abbandonare gli studi per dedicarsi completamente all’arte. Fece un secondo viaggio in Italia per  studiare e  approfondire  le tecniche pittoriche, sempre più coinvolto emotivamente dal contemplare i grandi affreschi di Giotto e Piero della Francesca. Rientrato in Francia fu allievo presso gli atelier di vari artisti tra i quali Henri Scheffer, Eugène Delacroix e Thomas Couture ma sempre insofferente. Aveva le sue idee e le indicazioni degli altri non le tollerava. Si dice che con Delacroix spesso discutessero di questioni inerenti alle scelte cromatiche. Puvis amava utilizzare cromatismi tenui, eterei, diafani mentre Deloicroix amava i colori accesi, brillanti, forti e decisi. Alla fine continuò i suoi studi all’École des Beaux Art. Ma ebbe difficoltà ad inserirsi nel mondo artistico del periodo, per uno stile e linguaggio espressivo personale, distante dai canoni imposti dall’Académie française, peraltro molto rigidi. La sua futura moglie, la principessa Cantacouzène riconobbe che aveva del talento e lo aiutò ad affermarsi come artista.

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Schizzo per Il tagliapietra, 1892  – Courtesy Michael Werner Gallery

Iniziò a realizzare grandi opere murali legate a tematiche sociali del periodo storico in cui viveva – la  guerra, la pace, il lavoro. – In un secondo periodo invece, le opere diminuiscono le dimensioni e ciò che viene ritratto sembra ascriversi al di fuori di ogni sfumatura temporale. Si respira una sorta d’immobilismo in presenza di paesaggi bucolici. Quasi una “via di fuga” l’asimetria con rime armoniche e il recupero di una tradizione classica legata alla bellezza, alla purezza, all’eternità. Meno tematiche nazionaliste, ma schemi strutturali che esprimono una sospensione dello scorrere del tempo.

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Rivage, 1870 – 1890 – Courtesy Michael Werner Gallery

Le opere in mostra sono circa una novantina e comprendono disegni, schizzi, bozzetti, oli e acquarelli. Provengono da collezioni pubbliche e private internazionali. Hanno un valore  inestimabile perché ci aiutano a comprendere come il grande Puvis De Chavannes realizzasse le sue opere.  Un po’ stramare il tessuto, per capire la disposizione dei punti e fissarlo nella bellezza di uno studio o di un’intuizione. Vedere il grande talento nella resa finale dell’opera e quindi la capacità di integrarle in un opera architettonica in modo armonioso, che non appesantisse la struttura, che evidenziano una preparazione accurata  e meticolosa e  anche la libertà alla quale l’artista ha sempre aspirato nel realizzare opere su commissione. Era un uomo amato e stimato, molto disponibile con i suoi allievi ai quali insegnava a scrutare la “bellezza nell’anima delle cose”.

Tante le opere che preannunciano correnti più contemporanee quando il disegno scompare e appare il gioco del colore, quei cromatismi che danno forza espressiva. Oppure alcuni volti interpretati soggettivamente e altri che sfiorano un delicato realismo. Le figure solide si staccano da  campiture dense, opache forse di evocazione neobizantina. Una mostra che é una scoperta anzi riscoperta di un’artista dall’animo sensibile e, per utilizzare un verso di Emily Dickinson,  ‘un’anima al cospetto di sé stessa finita infinità’  che ha dato volto al tempo sospeso intriso di solitudini e malinconie. Nostalgia di un passato, dove bellezza è luce d’infinito.

Guazzo per Porta d’Oriente a Marsiglia 1868 – 1870 Courtesy Michael Werner Gallery

Eccellente il format editoriale del catalogo monografico  – dal color  rosa pallido gessoso amato dal maestro De Chavannes – impreziosito dalla cura delle descrizioni  e dalle bellissime ed intense riproduzioni delle opere, edito dal Museo MAN  in collaborazione con Michael Werner, con testi di Louise D’Argencourt,  Bertrand Puvis de Chavannes  e dei curatori, Alberto Salvadori e Luigi Fassi. Un vero gioiello!

©Lycia Mele Ligios

MAN – Museo D’Arte della Provincia di Nuoro

Via Sebastiano Satta 27, Nuoro

Orario continuato: 10 – 19 | lunedì chiuso